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Montezemolo: “Quasi quasi scendo in campo”. Le tentazioni di Luca

ROMA – Non è una discesa in campo a tutti gli effetti, ma «solo una tentazione che cresce», come tengono a precisare dal suo staff. Ma l’intervento svolto oggi da Luca Cordero di Montezemolo somiglia più al discorso di un politico che a quello del presidente di una fondazione. La platea è quella del Siap, il sindacato di polizia che celebra il suo congresso a Napoli e i toni, gli accenti, le tematiche toccate – dall’economia ai tagli alla sicurezza, dalle mancate liberalizzazioni alla crisi libica – sono a tutti gli effetti degne del repertorio di un’aspirante statista che chiama a raccolta le migliori risorse del Paese. Parla oltre venti minuti, Montezemolo, più volte interrotto dagli applausi della platea che si infervora quando l’ex guida di Confindustria attacca la classe politica e invoca l’impegno di «persone perbene pronte a dare più che a ricevere». La Seconda Repubblica ha fallito – è la tesi da cui parte il presidente della Ferrari – e la politica non è in grado di dare risposte ad un Paese che arranca e che vorrebbe voltare pagina.

Ecco allora che di fronte «all’indecoroso e inaccettabile disfacimento del senso delle istituzioni e della responsabilità politica», davanti a un Paese «che rischia di andare allo scatafascio» e ai diktat di chi dice «se vuoi parlare di politica devi entrare in politica», Montezemolo lascia intravedere la possibilità di un impegno diretto: «Se la situazione continua a peggiorare – dice – se questo è lo spettacolo che offre la nostra classe politica, beh, allora, cresce veramente la tentazione di prenderli in parola». Le parole di Montezemolo sono accolte con un applauso di incoraggiamento che si tramuterà in standing ovation al termine del suo intervento. In sala c’è Dario Franceschini del Pd col quale dopo si intratterrà in un prolungato faccia a faccia. Ne ha per tutta la classe politica Montezemolo, il suo è una attacco frontale. Si va da Berlusconi, «che doveva fare la rivoluzione liberale, e oggi guida un Governo che più neostatalista e protezionista non si può, con tasse su imprese e cittadini ai massimi storici», al Pd «che poteva rappresentare la nascita di una sinistra riformista e moderna ma è dilaniato da dibattiti interni senza fine».

Ce ne è anche per la Lega «che difende a spada tratta la conservazione di ogni poltrona pubblica su cui può mettere le mani, a iniziare dalle Province», e per Di Pietro «che tutti i giorni ci delizia con nuovi epiteti rivolti al premier». Esempi di una politica che – ricorda Montezemolo – «straborda ogni giorno su tutti i mezzi di informazione con polemiche incomprensibili per il 99% dei cittadini e che, in questi giorni, ci ha deliziato con scene che sarebbero fuori posto in uno stadio, figuriamoci in un Parlamento della Repubblica. Dire queste cose non è fare antipolitica ma chiamarle con il loro nome». Quella stessa politica che – sottolinea – è diventata la prima azienda del Paese,«infettata da una presenza malsana dei partiti» e in cui «la perdita del senso del pudore non risulta solo dall’abuso di privilegi ingiusti, ma anche da quei politici sulla scena da vent’anni e che parlano come fossero arrivati ieri da Marte». Salva, Montezemolo, solo il Quirinale: «l’unico argine che tiene e a cui dobbiamo essere tutti grati» e ha belle parole per Maroni definito «un ministro capace». La soluzione che individua «è una leadership che dica la verità agli italiani e che decida». Il finale è un parallelo con la Ferrari: «L’Italia è come la Ferrari, una macchina fatta per vincere e che non può stare al box. Dobbiamo rimetterla in moto assieme». «E chi deve fare il presidente di questa Ferrari chiamata Italia?», gli chiede Antonio Polito che modera. Montezemolo sorride ma non replica, alimentando l’eterno tormentone della sua discesa in campo.

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