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Ex premier polacco Jaruzelski: attentato a Wojtyla opera di islamici

ROMA – Non la «pista bulgara», bensì una possibile origine islamica va considerata «più logica» per l’attentato subito il 13 maggio 1981, per mano di Alì Agca, da Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro. Lo afferma il generale Wojciech Jaruzelski, l’ex premier polacco chiamato a testimoniare durante la causa di beatificazione di papa Wojtyla, in un’intervista al mensile Jesus. Jaruzelski, per il tentativo di eliminare il Pontefice polacco, esclude nettamente l’origine bulgara.

«Durante una visita in Bulgaria nel 1982 o 1983 – ricorda -, domandai con franchezza a Teodor Zivkov, allora segretario del Partito comunista bulgaro: ‘Compagno Teodor, in via confidenziale, cosa potete dirmi della pista bulgara?’. Lui mi rispose: ‘Compagno Jaruzelski, ci considerate i fessi del gruppo? Ritenete che avremmo lasciato Antonov (all’epoca responsabile della Linea aerea bulgara a Roma, ndr) al suo posto, se fosse stato veramente coinvolto nell’attentato (come accusava Ali Agca)?»’. «Dopo questa risposta – aggiunge -, non ho più approfondito l’argomento con i bulgari». L’ex primo ministro rilancia invece una possibile matrice islamica dell’attentato. «Vi erano certamente diversi Paesi e diverse forze che avrebbero voluto che il Papa venisse eliminato – spiega -, ma ciò non significa che abbiano dato l’ordine ad Ali Agca di ucciderlo. Oltre al Cremlino, vi era già da allora un islam radicale che odiava il Pontefice e vedeva in lui il capo dei crociati. Forse non è un caso che Ali Agca fosse un cittadino turco, un musulmano, che in nome dell’islam aveva già minacciato di uccidere Giovanni Paolo durante un viaggio in Turchia nel novembre 1979. Dietro di lui si muovevano fondamentalisti? Non lo sappiamo. Tuttavia, a posteriori, la pista islamica sembrerebbe la più logica». Jaruzelski ammette comunque che l’elezione di Wojtyla fu, per gli alleati del Patto di Varsavia, «un dito nell’occhio». «Dal loro punto di vista – osserva -, i colpevoli dell’esito non previsto del Conclave eravamo noi, i membri del Governo e del partito comunista polacco. Le autorità dell’Urss, della Germania dell’Est, della Cecoslovacchia ci accusavano di aver tollerato la Chiesa polacca, di non averla repressa e anzi di aver contribuito, col nostro atteggiamento collaborativo, alla sua crescita, alla sua forza,creando così le premesse perchè un suo esponente diventasse Papa. Un Papa di un Paese comunista… uno scandalo!». E giunge a sospettare l’azione di Mosca anche nell’omicidio di padre Jerzy Popieluszko, l’ex cappellano di Solidarnosc. «I nostri alleati sovietici valutavano in modo molto critico i rapporti tra Stato polacco e Chiesa e avevano tutto l’interesse nel creare un conflitto tra le due parti. Un obiettivo che hanno cercato di realizzare con l’assassinio brutale di Popieluszko: gli esecutori materiali del delitto, tutti funzionari del Ministero degli Interni polacco ed elementi conservatori e dogmatici del Partito comunista polacco, sono stati individuati e condannati».

«Hanno già scontato la pena e potrebbero tranquillamente dichiarare chi erano i loro mandanti. Per ora tuttavia tacciono e continuano a ripetere di avere eseguito l’omicidio agli ordini del colonnello Adam Pietruszka -anche lui condannato e in seguito graziato-. Io non ho le prove e sarebbe disonesto da parte mia accusare qualcuno. La logica però mi dice che vi era un forte interesse di Mosca nel metterci in difficoltà», aggiunge Jaruzelski. In ogni caso il Papa cercava, dal Vaticano, di allontanare la minaccia di un intervento sovietico nel suo Paese, anche con azioni che dovevano rimanere segrete ma di cui tuttavia il generale era informato da alcune spie: «Non è ormai un mistero che avessimo i nostri informatori in Vaticano, sacerdoti polacchi che lavoravano anche per i nostri servizi segreti: non ne so i nomi, ma leggevo i loro rapporti e sapevo che il Papa cercava di alleviare le sofferenze del suo popolo».

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