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Dalle credenze di De Mattei. Libera nos, Domine!

RAVENNA – Qualche anno fa, a proposito del crollo del tetto di una chiesa in Brasile (Adista n. 70 – 1998), il reverendo Edir Macedo, allora vescovo presidente della Chiesa Universale del Regno di Dio, invece di evidenziare il problema dell’agibilità dell’edificio e delle eventuali responsabilità di chi l’aveva costruita, manutenuta e controllata, si pose l’inquietante interrogativo teologico secondo cui: “Se questi fratelli che sono stati sacrificati si fossero trovati in una discoteca, comprenderemmo come ciò sia avvenuto.

Ma, in una chiesa, no!”.  Come a dire: “Signore, io che ci sto a fare se tu fai cadere il tetto della chiesa (luogo di preghiera) e salvi quello della discoteca (luogo di perdizione)”.

Non vogliamo, lungi da noi il pensiero, invitare a disertare le chiese per le discoteche. Ci preme, invece, evidenziare i diversi modi con cui il comune sentire di molti credenti (non senza la complicità di altrettanti presbiteri) si affanni per imputare a Dio le colpe: sia della malacreanza capitalistica che dell’avarizia e della cupidigia umana baluardi, come sono entrambi, del sistema di dominio e sfruttamento di pochi su tutti gli altri e di tutti gli uomini, sul creato.

Tutte modalità profondamente censurabili sia da un punto di vista umano che teologico: da quella magica e romantica della “Teresa che si arrabbiò con Dio”, dell’ebreo russo Alejandro Jodorowsky, a quella più dotta e “scientifica” del parroco avellinese che, al tempo del terremoto dell’Irpinia, fece suonare le campane e avviare la processione per ringraziare la Madonna che aveva salvato il suo paese dal terremoto procurandosi, perciò, l’ira dei parroci vicini che, al contrario, avevano avuto il paese distrutto.

Ma tutte queste imputazioni a Dio dei mali che ci affliggono, rappresentano un’inezia se confrontati con le forme di vendetta umana che paventano una sorta di volontà punitiva della deità in tutte le catastrofi più o meno naturali.

Ci riferiamo, neanche tanto velatamente, all’idea – ultima in ordine di tempo – d’un nobile pensatore; d’un grande ricercatore tanto da essere stato nominato vice presidente del Centro Nazionale delle Ricerche; un preclaro docente di storia del cristianesimo, presso un altrettanto prestigiosa Università (l’Europea di Roma) istituita dai discutibili, discussi e censurati “Legionari di Cristo” nonché, dal febbraio 2002 al maggio 2006, consigliere per le questioni internazionali nel II e III Governo Berlusconi che risponde al nome di Roberto de Mattei.

Un grande del pensiero occidentale, ex amico del presidente della Camera e grande combattente – in nome della santa fede – contro la Turchia nell’Ue, il Concilio Vaticano II e contro tutti gli -ismi, anche a costo del ridicolo, arrivando a difendere posizioni su cui anche papa Ratzinger nutre, ormai, più di una perplessità.

Un lucido esempio di storico (nel senso che la studia) il quale, non più tardi una settimana fa, a Radio Maria, in merito al terremoto dei giorni scorsi in Giappone ha sostenuto che le catastrofi naturali “possono essere, e talora sono, esigenza della giustizia di Dio” per cui “per i bimbi innocenti morti accanto ai colpevoli” si è trattato di “un battesimo di sofferenza con cui Dio ha inteso purificare le loro anime”.

Un’inezia, una quisquilia, una pinzillacchera, per dirla con Totò l’unico che avrebbe potuto tenere botta al pensiero del professor de Mattei che, purtroppo, non si è fermato qui ma, volendo strafare,  ha proseguito, qualche giorno dopo, attribuendo la caduta dell’impero romano – sulle orme di Salviano di Marsiglia, un mistico vissuto nel V secolo – “agli invertiti” (così il professore chiama gli omosessuali) che infestavano Cartagine e che con il loro comportamento avrebbero urtato la pazienza della Provvidenza, che si sarebbe servita, dunque, dei barbari per “liberare l’impero romano dagli omosessuali una volta per tutte”.

Ebbene, al di la delle “baggianate”, così le definisce un suo collega che chiede l’anonimato, ci piacerebbe sapere se il professore sa che i suoi attuali datori di lavoro, i “Legionari di Cristo”, sono stati fondati – nel 1941 – a Città del Messico per opera del presbitero messicano Marcial Maciel il quale, a seguito di numerosi indagini, il 19 maggio 2006, fu sospeso a divinis e invitato, dal cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la fede, “ad una vita riservata di preghiera e di penitenza e alla rinuncia ad ogni ministero pubblico” solo perché fu accertato l’abuso sessuale, da parte del prelato, di una decina di ex-seminaristi e sacerdoti legionari.

Gli stessi che accusarono Maciel di aver abusato anche di un’altra decina di compagni di corso (gli abusi iniziarono quando erano minorenni) “assolti” poi, dallo stesso in confessione, in palese violazione del canone 977 del codice di diritto canonico, che vieta ai presbiteri di assolvere “un complice” nei peccati contro il sesto comandamento.

Non vogliamo inferire ma vorremmo ricordare al professore che in quel caso Dio non è intervenuto così come non ha fulminato alcuno dei membri della “Legione di Cristo” neanche quando, nel marzo del 2009 la Segreteria di Stato vaticana inviò una nuova visita apostolica con l’incarico d’indagare sulla vita nella congregazione, sulle sue Costituzioni, sulla sua amministrazione, sui casi di pedofilia, sulle violazioni del segreto confessionale e sulle relazioni sessuali di Maciel.

Ci piacerebbe sapere se il professore ignora che la visita apostolica si concluse, il 1° maggio 2010, con le relazioni dei visitatori da cui emerse che: “I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti di P. Maciel, confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano, talora, in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso” e che “La condotta di P. Marcial Maciel Degollado ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione”.

Non vogliamo infierire, per amor di patria ma, è certo, che le questioni citate sono a conoscenza del professor de Mattei il quale, continuando a frequentare l’Università Europea di Roma dimostra, con i fatti, di non credere a quanto afferma circa le punizioni divine e sui battesimi di sofferenza purificatori, altrimenti eviterebbe di frequentarla.

Inoltre, siamo certi che il professore sappia perfettamente che il dio dei cristiani, degli arabi e degli ebrei, non ha alcuna ingerenza diretta con i terremoti, gli tsunami e quant’altro e le morti, le distruzioni, le catastrofi nucleari sono soltanto il frutto dell’incompetenza, dell’accidia, dell’avarizia  e dell’esosità degli esseri umani né più né meno di quell’incompetenza, accidia, faciloneria che ha distrutto L’Aquila e impestato di greggio il Golfo del Messico.

Il professore de Mattei, sa perfettamente che Dio agisce nella storia tramite i credenti che saranno giudicati, alla fine dei tempi (lo dice Cristo stesso: cfr. Mt. 25, 31-46) per quanto avranno manifestato la provvidenza divina con il prossimo. Tutto ciò, il professore de Mattei lo sa bene tanto che, essendo sicuro della stabilità dell’edificio in cui insegna, sa di non correre alcun rischio se non quello – anche non in caso di terremoto – di vedersi franare addosso tutte le sue personalissime “credenze” e, speriamo, i suoi incarichi come vicepresidente dei ricercatori.

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