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Berlusconi. Ieri, ennesima puntata della “Saga delle balle”

ROMA – Tutti ce l’hanno con lui, che è una mammoletta onesta e rigorosa. «Mi azzannano da tutte le parti, ma io sono convinto di essere nel giusto e vado avanti per la mia strada». Silvio Berlusconi si sente preda e denuncia un attacco concentrico sulla sua persona: sul fronte giudiziario («non sono preoccupato, ci sarà alla fine per me un giudice a Berlino»), patrimoniale («sul lodo Mondadori c’è stata una sentenza per la tessera numero uno del Pd, Carlo De Benedetti, che non esito a definire una rapina a mano armata»), politico («la sinistra non fa che insolentire e calunniare la maggioranza e usa i suoi giudici per far fuori gli avversari») e persino fisico («hanno attentato alla mia vita con un chilo e 600 grammi di marmo, se mi avessero colpito un pò più in là non sarei qui a raccontarlo»). Naturalmente le decisoni con cui sono stati condannati un paio di magistrati per aver venduto quella sentenza sul “lodo Mondadori” sono nient’altro che manifesti politici per farlo fuori. Con lui i giudici sbagliano sempre. Non c’è una sentenza a lui avversa che non sia stata ispirata da Karl Marx e Vladimir Ilic Lenin.

Ieri, il premier ha perseverato nella sua “saga delle balle” di fronte ad una platea di ossequiosi seguaci, comandati dal duo Giovanardi-Rotondi, tutti scodinzolanti, in febbrile attesa di qualche sua carezza. Il Cavaliere, appellandosi «anche al buon Dio», assicura che non mollerà, vincerà le amministrative e si dedicherà alla riorganizzazione del Pdl, attualmente in subbuglio, con l’intento di farne una forza del 58%. Intanto assicura che «entro due settimane, se due parlamentari dell’opposizione manterranno l’impegno a non votare o astenersi, la maggioranza sarà alla Camera a quota 330 contro 297 dell’opposizione». Per questo il premier ringrazia commosso gli ex Dc ed ex Psi ‘cofondatorì del Pdl, che contribuiscono a renderlo forte di questi numeri, promette loro una adeguata considerazione nel Pdl, il quoziente familiare entro il 2012 e aiuti sulla famiglia («Giovanardi mi ha sfinito, se Tremonti non provvede i 50 milioni glieli glieli dò io», ecco bravo, non sarebbe una cattiva idea). Ma soprattutto Berlusconi garantisce che realizzerà le riforme – giustizia, fisco, architettura istituzionale – finora accantonate per colpa di Pier Ferdinando Casini («che non si capisce con quali argomenti spiegherà la sua prossima alleanza con i comunisti») e Gianfranco Fini («finalmente se n’è andato: finchè c’è stato era impossibile fare la indispensabile riforma della giustizia: c’era un patto tra lui e i magistrati che gli garantivano protezione, mentre lui garantiva a loro che non sarebbe mai passata dalla Camera una riforma della giustizia sgradita ai giudici e che solo quando Berlusconi non ci fosse stato più lui stesso avrebbe discusso con le toghe una riforma della giustizia»). Il Cavaliere smentisce quindi di aver criticato in alcun modo il Capo dello Stato Giorgio Napolitano e parla per 58 minuti di seguito, dedicandone buona parte ad attaccare sinistra («è rimasta comunista, considera non solo un diritto ma anche un dovere eliminare fisicamente chi avversa la sua marcia») e toghe rosse («dobbiamo abolire i partiti nella magistratura, come Magistratura democratica, e fare in modo che assumano le proprie responsabilità anche quei giudici che sbagliano e non pagano mai»).

Davvero «dissennato» – dirà più tardi da Lampedusa tornando a chiedere a Ue, Francia e Germania di fare la loro parte sull’immigrazione – è il Paese che porta il proprio presidente del Consiglio in Tribunale. «Non è il modo migliore per dare forza a un premier infangare la sua immagine e quella del Paese». E anche le intercettazioni sulla vita privata del Cavaliere dimostrano a suo giudizio che «siamo in uno stato di polizia». Ma oggi l’affondo è sulla vicenda Mondadori, contro il giudice Raimondo Mesiano e Carlo De Benedetti: «Contro di me – denuncia Berlusconi preoccupato non solo dal caso Ruby – è in atto un attacco patrimoniale. A Milano c’è un giudice di cui potrei dire molto, che ha formulato una sentenza a favore della tessera numero uno del Pd, De Benedetti, attribuendoci 750 milioni di danni, contro i 252 milioni di valore della Mondadori, per un lodo a cui fui costretto perchè mi imposero di scegliere tra carta stampata e tv». Secca la replica della Cir: «L’unico reato di questa lunga vicenda, come stabilito dalla Corte di Cassazione, è stata la corruzione del giudice Vittorio Metta nell’interesse di Fininvest nel 1991».

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