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Pirateria somala: cittadini italiani ostaggi dei predoni del mare

ROMA – Con l’assalto alla motonave italiana ‘Rosalia D’Amato’, catturata dai pirati somali la scorsa notte nel Mare Arabico, continuano gli episodi di attacchi in mare di imbarcazioni battenti il tricolore.

La nave proveniente dal Parana, in Brasile, era diretta in Iran dove era attesa per il prossimo 26 aprile. In meno di due mesi sono state ben tre le navi italiane, in giro per i mari del mondo, che sono state catturate dai pirati. L’8 febbraio scorso era ‘toccato’ alla petroliera italiana ‘Savina Cayalin’ catturata nell’Oceano Indiano e che è ancora ostaggio, con il suo equipaggio, dei pirati somali. Poi, il 13 aprile era stata la volta della M/C ‘Alessandra Bottiglieri’ della ‘Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Spa’. La petroliera venne catturata mentre era al largo del porto di Cotonou, in Benin, nell’Africa Occidentale. A bordo 22 membri di equipaggio, di cui 6 italiani e 16 indiani. In Questo caso i pirati somali non c’entravano, tanto è vero che in meno di 48 ore la nave e il suo equipaggio sono stati rilasciati. Un fatto questo che denota una strana differenziazione nei due fenomeni di pirateria marittima. Nel caso della ‘Alessandra Bottiglieri’ le trattative con i pirati sono durate pochissimo e il sequestro si è concluso rapidamente invece, stranamente, nel mare della Somalia nonostante un forte impegno della comunità internazionale, con  il dispiegamento di navi da guerra di almeno 25 nazioni in veste anti pirateria marittima, tutti i sequestri prendono una ‘brutta piega’ e durano mesi e mesi. Alla fine poi, comunque si paga un riscatto diversamente i pirati non mollano la preda. Ed è anche per questo motivo che il sollievo e la soddisfazione per la conclusione della vicenda della ‘Alessandra Bottiglieri’ non spegne le angosce e i batticuori per le altre navi e uomini italiani ancora in mano ai pirati somali. Per tante analogie la vicenda della motonave italiana ‘Rosalia D’Amato’ l’ha accomuna alla petroliera italiana ‘Savina Caylyn’. Entrambe le navi appartengono alla società armatrice di Napoli ‘Fratelli D’Amato’. Entrambe sono trattenute in ostaggio dai pirati somali.

 

Su entrambe vi sono imbarcati, come membri dell’equipaggio, dei marittimi  italiani.  Sulla ‘Savina Caylin’ vi sono 5 italiani: il comandante, Giuseppe Lubrano Lavadera campano di Procida, il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione campano di Procida, l’allievo di coperta, Gianmaria Cesaro campano di Piano di Sorrento, il direttore di macchine, Antonio Verrecchia laziale di Gaeta, il marittimo Eugenio Bon, trentino di Trieste. Quest’ultimo compie 30 anni, il prossimo 30 aprile. Forse festeggerà il compleanno in prigionia. Sulla ‘Rosalia D’Amato’ vi sono 6 italiani. Di tutti si conosce la provenienza  mentre è noto solo il nome del comandante. Si tratta di altri 4 campani, due di Procida, uno di Vico Equense e l’altro di Meta di Sorrento, ma residente in Belgio. Gli altri due italiani ostaggi dei pirati somali sono entrambi siciliani. Si tratta del comandante Orazio Lanza di Messina e il direttore di macchina di Mazara del Vallo. Questi recenti episodi di pirateria marittima si sono verificati a  distanza di due anni dall’ultimo sequestro di una nave battente il tricolore da parte dei pirati. Era l’11 aprile 2009, vigilia di Pasqua, quando nel Golfo di Aden pirati somali, a bordo di due pescherecci catturati il giorno prima, abbordarono, a oltre 100 miglia dalla costa, il rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’. A bordo 16 marittimi membri dell’equipaggio, 10 italiani e 6 rumeni. Tra gli italiani 3 campani: Bernardo Borrelli, Vincenzo Montella, Giovanni Vollaro. La nave e i 16 marittimi vennero liberata il 9 agosto del 2009 dopo che venne pagato ai pirati somali un riscatto di 4 milioni di dollari. Il più alto pagato fino ad allora.

 

Questo significa che se nel 2009 il governo italiano ha pagato per il rilascio praticamente di una barchetta paragonandola alla superpetroliera, che oggi i pirati trattengo in ostaggio in attesa che la società armatrice o il governo italiano paghino un riscatto per il suo rilascio, anche stavolta pagherà. Ed allora viene spontaneo chiedersi perché aspettare e non pagare subito? Anche perché nel caso del rimorchiatore ‘Buccaneer’ temporeggiare significò alla fine pagare più di quanto i pirati chiedessero o si aspettassero. Sono infatti, andati ai pirati almeno 4 milioni di dollari, chiusi in 4 sacche cellofanate e consegnati in mare, ma altri milioni sono andati ad ambigui intermediari e presunti funzionari del governo somalo e altri ancora chissà a chi. Ed ora la storia forse si ripete. Ufficialmente l’Italia ha scelto di affrontare l’emergenza pirateria marittima con i metodi della trattativa diplomatica. Però, non è mai successo che i pirati abbiano rilasciato una nave senza ottenerne in cambio il pagamento di un riscatto. Anche se lo nega l’Italia ha finora sempre pagato! I marittimi del Buccaneer hanno vissuto una terribile esperienza che ha segnato la vita di molti di loro e dei loro familiari. Speriamo che non avvenga lo stesso anche per i marittimi della  ‘Savina Caylin’ e della ‘Rosalia D’Amato’. La cosa più importante è che bisogna ricordarsi che questi uomini del mare sono lavoratori e non sono soldati. Pertanto essi non vanno a combattere una guerra e quindi non sono preparati a sopportare le angherie e le privazioni che invece, poi subiscono cadendo nelle mani dei pirati somali. La nave italiana che è stata catturata dai predoni del mare sta ora facendo rotta verso le coste somale. Qui lungo quelle del Puntland, territorio costiero nella regione semiautonoma della Somalia, si trovano tutti i covi dei pirati somali e, che è ormai, divenuta una nuova e moderna Tortuga. Qui alla fonda si trova anche la ‘Savina Caylin’.

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