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Musica. Trio Pieranunzi-Carbonare alla Sapienza

ROMA – Appuntamento all’insegna del metissage musicale questo concerto alla Iuc (Istituzione universitaria dei concerti della Sapienza) “Rag, blues… e altre storie”, ad opera dei fratelli Pieranunzi – Enrico e Gabriele – assieme ad Alessandro Carbonare.

Trio assai affiatato, composto da virtuosi musici singolarmente affeccendati in linguaggi e percorsi fra loro differenti. Obiettivo comune, quello di unire tali percorsi, partendo da Enrico Pieranunzi, notevole pianista; musicista jazz con formazione classica o pianista classico prestato all jazz, comunque grande e raffinato esecutore – di recente impegnato in incisioni delle sonate di Domenico Scarlatti – aldilà delle lane terminologiche. Quindi il fratello minore, Gabriele, violinista capace di vincere una miriade di premi in alcuni dei più importanti concorsi internazionali – basti citare, fra gli altri, il “Paganini” di Genova, il “Viotti” di Vercelli e lo “Spohr” di Friburgo – allievo di Salvatore Accardo e Stefan Gheorghiu, primo violino di spalla in grandi orchestre nostrane – San Carlo di Napoli, Santa Cecilia e Le Fenice – . A chiudere Alessandro Carbonare, primo clarinetto dell’orchesra Nazionale di Santa Cecilia, ruolo ricoperto per quindici anni nell’“Orchestre National de France”.

Composito alquanto il menù eseguito, a partire da una deliziosa suite concertante di Darius Milhaud, in cui le più disparate suggestioni armoniche del compositore francese – appassionato africanista, perlustratore di musica jazz, ritmi sudamericani e choroes brasiliani – sono presenti e brillantemente mescolate; a seguire brani tratti dalla celeberrima “Histoire du soldat”, sorta di summa, anch’essa, delle scorribande armoniche e ritmiche di Stravinskij. Quindi due brani composti da Enrico Pieranunzi – “Elision du jour” per clarinetto e pianoforte e “Duke’s dream” per violino, clarinetto e pianoforte, con dedica a stampa per il grande Duke Ellington – inframezzate da tre rags di Scott Joplin, originalmente composti per pianoforte in una versione rivisitata con l’aggiunta del violino. A chiudere “Points of jazz” di Dave Brubeck, nome che in termini di contaminazione di linguaggi e meticciato in musica è pressoché un monumento alla storia.

Ottima, davvero, l’interpretazione. Condita da misura e sensibilità filologica per la suite di Darius Milhaud; leggera ed allo stesso tempo assai vivace per le pagine di Stravinskij. Attenta, pur se forte del sapore di grande novità timbrica – singolare la sezione melodica affidata a un violino – per i rags di Scott Joplin. Stesso discorso per l’opera di Brubeck, cui si affiancano, per linguaggio e architetture armoniche, le composizioni di Pieranunzi; delicate, raffinate, dense di significati sonori e leccornie timbriche. Una di queste, come rivelato poc’anzi, è dedicata a Duke Ellington, compositore straordinario quanto prolifico di cui, dato il contesto, ci permettiamo di citare una frase celebre. Quella per cui la musica, a stringere è composta di due soli generi: quella buona e quella cattiva. L’uditorio della Iuc, per l’occasione, ha potuto toccare con mano – o meglio con l’udito – la veridicità di tale postulato. Di musica cattiva, ovviamente, non se n’è avvertito riverbero. Chiusura con tre succulenti bis.

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