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Lettere eretiche

Pubblichiamo questa lettera di Emanuele Berardi che ora lavora, come ricercatore in Belgio. Emanuele è uno dei tanti giovani costretti ad emigrare da questo paese di credenti dove pensare è ormai visto come una vera e propria eresia.

Lui e la sua ragazza sono emigranti all’estero; molti altri giovani, e meno giovani, pensanti rimangono ancora in Italia in esilio volontario in quella ‘terra di mezzo dell’umano’ che non è un luogo fisico ma un non luogo mentale dove gli eretici, hanno scelto come ‘patria’. Già gli ‘eretici’ , che hanno scelto di non aderire al ‘sistema’ o se volete al ‘disegno divino’ dove il nuovo capitalismo, paludato da salvatore del mondo naturale ed umano, vorrebbe far entrare una piccola parte dell’umanità, lasciando la restante alla deriva, nella cieca disperazione, vale a dire in uno stato delle cose nel quale solo la melliflua consolazione dalla religione attenua la giusta ribellione.
Mandateci le vostre lettere da queste ‘terre di mezzo’, da queste isole di pensiero e di rifiuto di questa logica che ha invaso la mente di milioni di persone che corrono verso il baratro creato con le loro stesse mani.

La Repubblica degli animali (25 Aprile 2011)

Questa mattina (dietro le tende la luce era ancora debole) leggevo l’ultimo capitolo di “La fattoria degli animali”. L’avevo letto al liceo Orwell, prima ancora di “1984”. È spuntato dalla valigia della mia compagna qualche giorno fa. L’aveva letto nella sala d’attesa dell’aeroporto, durante il volo e sulla corriera per tornare a casa.
“Quando ho preparato la valigia, ? mi ha detto Daniela,  ? è caduto dalla libreria atterrando tra le maglie appena piegate”.
Ieri sera abbiamo cenato, ci siamo fatti un paio di birre e siamo andati a letto ciascuno col proprio libro: Pennacchi lei, questo qui io. La televisione non la vediamo da un pezzo, specie quella italiana; i vari TG sono ormai vomitevoli, l’informazione praticamente inesistente. Quella belga, voci fiamminghe, non la capiamo ancora (né ci sforziamo, del resto) rimangono allora cinema e libri. E la cosa ci piace e ci consola.
Quando ho infilato il segnalibro tra le pagine del romanzo un ubriaco, lontano da casa e chiuso nella sua solitudine alcolica, canticchiava in francese un motivetto vallone in qualche vicoletto poco lontano, mentre Boxer*, vecchio e stanco, era ormai morente.
La notte è passata veloce e rabbiosa. L’Italia è lontana. Un paese dominato da maiali che hanno imparato a stare su due zampe con cani ringhiosi di scorta, scrofe ancora minorenni al seguito, vecchi cattedratici inutili e presuntuosi, montagne di rifiuti e una trentina di milioni di pecore su sessanta in totale (pecora più pecora meno) che urlano: “Quattro gambe buono, due gambe meglio!” Un coretto senza fine. Ho tirato via le coperte, sudato, calciato Daniela. Mi sono alzato a bere.
“Quattro gambe buono, due gambe meglio!”
Quando è cominciato ad albeggiare Boxer* era stato caricato su un carretto trainato da due cavalli giovani, forti e tremendamente ignoranti. I migliori!

“Macellazione carni equine e fabbrica di colla, Willingdon. Fornitore di pellami e concimi. Cibo per cani”.

Ai primi cenni di traffico in strada, di risveglio cittadino, i maiali, ancora ubriachi e chiusi nella casa colonica facevano affari con gli umani, gli stessi che avevano imparato a stare su due zampe molto tempo prima di loro. E già non si riusciva più a distinguere gli uni dagli altri; le facce dei maiali da quelle degli uomini.

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”.

Ho chiuso il libro. Ho girato il cucchiaino nella tazza di caffelatte. La posa sul fondo del bicchiere ha formato un vortice, non riusciamo ancora a trovare caffè decente, tipo quello italiano. In strada un netturbino è alle prese con una chiazza di vomito.

“Non ci voglio più tornare in Italia.” Daniela osserva un cielo stranamente sereno oltre i marmi fregiati del teatro di fronte. “Almeno fino a quando i maiali non torneranno a camminare su quattro zampe”,  preciso per rassicurarla.

Emanuele Berardi

* Boxer è un cavallo molto forte, uno che nella fattoria lavorerà senza mai risparmiarsi fino alla fine dei suoi giorni, simbolo emblematico dello sfruttamento della classe operaia.

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