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Pdl – Lega. Si incrina l’asse tra i due alleati. Bossi non perdona Berlusconi

ROMA – Si fa presto a dire maggioranza. L’asse Pdl – Lega sembra essere rovinosamente franato sotto i colpi della guerra di Libia e dell’emergenza immigrati. E dopo mesi di tira e molla, rimbrotti a distanza, strappi ricuciti al telefono e aut – aut, il Senatùr sarebbe davvero furioso.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, lasciano intendere dalla dirigenza leghista in quel di via Bellerio, la conferenza stampa congiunta tra Italia e Francia di martedì scorso. Un invito a deporre le armi nella cornice di villa Madama che si sarebbe presto trasformato in una resa senza condizioni da parte italiana. Tremonti si era speso per un decreto che tutelasse le aziende nazionali? Ecco il via libera all’opa di Lactalis su Parmalat. Il premier aveva sollecitato un atteggiamento più tollerante da parte dei cugini d’oltralpe sulla questione immigrazione? Ecco la comune sottoscrizione di una lettera con cui si chiede una revisione del trattato di Schengen. L’Italia non avrebbe mai partecipato a operazioni belliche sul suolo libico? Via libera ai bombardamenti sotto l’egida della Nato. Il premier scherza, si dice tranquillo e assicura che “tutto è a posto”. Ma a sentire Umberto Bossi e la base leghista, che si sta letteralmente scatenando nella rete, il malumore è tutt’altro che sopito. La guerra di Libia proprio non va giù alla Lega, che fin dall’inizio si era opposta a un conflitto considerato inutile e dannoso. “Gli Stati Uniti vadano a bombardare da soli”, aveva tuonato poco tempo fa il leader del Carroccio. Due gli incubi del partito: l’aumento delle accise sulla benzina, vista la necessità di reperire almeno 700 milioni di euro per la campagna di Libia (a tanto sembra ammontare il costo delle operazioni belliche) e la paura di deludere l’elettorato, schierato su posizioni pacifiste, ma soprattutto avverso a nuove, possibili, ondate di profughi. Quanto basta perché lo strappo sia potenzialmente irrimediabile. Ragioni di opportunità politica, tuttavia, spingono a considerare queste divergenze ancora ricomponibili, almeno in considerazione delle imminenti elezioni amministrative, che certo non premierebbero una maggioranza spaccata al suo interno. Esulta invece l’opposizione che, con Di Pietro in testa, vorrebbe proporre una mozione in Parlamento per verificare l’esistenza di un reale sostegno all’attività dell’esecutivo.

Al di là delle tenuta della maggioranza, sempre più in difficoltà, a rivelare tutta la sua fragilità è il clima di ostentata tranquillità con cui il premier cerca di rassicurare, con scarso successo, in primis se stesso. “Con Bossi ci parlo io”, questo il suo motto. A quanto sembra le spiegazioni non sono state convincenti. E’ ora che il premier spieghi al suo fedele alleato, forse l’unico che gli sia veramente rimasto, le ragioni che lo hanno spinto a fare dietrofront al cospetto di Sarkozy. Immigrati, aziende nazionali, guerra libica: non una posizione assunta dal governo su questi temi è stata ribadita dinanzi al numero uno dell’Eliseo. Ciliegina sulla torta: un panegirico sul futuro dell’energia nucleare. Quanto basta per avanzare il sospetto che, più che un incontro bilaterale tra Italia e Francia, la conferenza di martedì si sia trasformata in una debacle tutta italiana, in puro stile Caporetto terzo millennio.

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