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Dopo il pestaggio dei Carabinieri a Grosseto. Il diritto ad essere impuniti

RAVENNA – Mentre all’ospedale S. Maria alle Scotte di Siena – dove sono stati ricoverati subito dopo il pestaggio – restano stazionarie le condizioni dei due carabinieri: Antonio Santarelli, 43 anni, mantenuto in coma farmacologico dopo l’intervento per ridurre l’ematoma cerebrale e Domenico Marino, che rischia di perdere la funzionalità di un occhio; il Giudice per le Indagini Preliminari del tribunale di Grosseto, nella mattinata di ieri, ha convalidato l’arresto dell’unico ragazzo maggiorenne, dei quattro fermati ieri a Sorano.

Si tratta del diciannovenne Matteo Gorelli, accusato di “tentato omicidio” per avere aggredito – insieme agli altri (due ragazzi e una ragazza) – la mattina del 25 aprile, di ritorno da un “Rave Party”, i due militi che lo avevano fermato per sottoporlo all’alcol test.

Un’azione assurda, sia per lo svolgimento che per gli esiti, in cui il giovane malvivente – che l’ordinanza del GIP descrive come un “soggetto pericoloso”, e la sua azione “compiuta con estrema lucidità”, dettata da “un’esplosione di violenza inaudita” – non contento di aver lasciato in fin di vita i due militari dell’Arma, a cui aveva rubato referti e verbali, percuotendoli (non da solo, ovviamente) con pugni, calci e un paletto di legno strappato ad una recinzione, si è prodotto in una vero e proprio quanto inutile tentativo di fuga, degno dei peggiori film americani, a cui un’altra pattuglia dei carabinieri ha dovuto mettere fine sparando: dapprima in aria, poi ad una ruota anteriore della “Clio” su cui viaggiava il gruppo e, quindi, a quella posteriore.

Un’azione assurda, ancor di più, perché al di la di qualsiasi tentativo di giustificazione dei ragazzi (la giovane età, l’inesperienza, l’alcol, la droga trovata a bordo dell’auto, lo sballo provocato dal “Rave”, la paura) la stessa evidenzia una palese, quanto insensata insofferenza alle regole della convivenza civile e del comune senso di appartenenza. Anche quelle più elementari: come il non passare con il rosso e fermarsi ai posti di blocco.

Dunque, non volendoci collegare – neanche per sbaglio – alla lettura tutta di parte e, ovviamente, classista che ne hanno dato i papaveri della politica nostrana, di destra o di sinistra cambia solo la veemenza sulla richiesta di “pene” più severe ed esemplari, la cosa che a noi balza agli occhi è, proprio, tale insofferenza legata, peraltro, all’assoluta sconsiderata sovra dimensione dell’azione messa in atto, foss’anche nel tentativo – peraltro non espresso dai ragazzi – di rimettere in discussione regole percepite come lontane e vessatorie.

L’aggressione, infatti, suonerebbe sproporzionata finanche sotto l’aspetto della ribellione (individuale) rivoluzionaria ad una legge ingiusta, figuriamoci nei confronti di una normativa che, al di la della sua puerilità e classismo (i ricchi i punti li recuperano con la scuola guida), affida ai controlli delle forze dell’ordine il tentativo di mettere al volante solo i sobri.

Proprio mettendo il luce da tale disequilibrio, quindi, e confortati dalle rilevazioni dell’Osservatorio “Sbirri Pikkiati” di ASAPS (Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale) che denuncia come nel 2010 siano stati più di 2.079 (6 al giorno) gli agenti aggrediti in servizio, almeno a noi appare evidente come tale atteggiamento di sfida – più che di una ribellione (troppo scoordinata e disarticolata) – sia il frutto di un preteso e malato diritto all’impunità.

Dopo aver fatto strame dello stato di diritto; a furia di doppi pesi e doppie misure; preso atto dell’esistenza di un doppio binario nel diritto di uguaglianza e atteso che con i soldi si riesce a farla franca una parte del mondo giovanile – quella che più di tutti sente la lontananza da un sistema di regole non più condiviso e la carenza assoluta di coesione sociale – prova a dare la sua risposta  iniziando a rivendicare il suo diritto all’impunità.

Attenzione, quindi, a derubricare le aggressioni ai poliziotti a semplici “indicenti sul lavoro”. Qui non siamo in presenza di pericolosi malviventi che tentano il tutto per tutto per non finire in carcere.

La ribellione ai controlli è, altresì, il sintomo di un malessere diffuso, figlio di un sistema di regole malato, non più condiviso e, soprattutto, a cui – stante gli esempi che arrivano “dall’alto” – chiunque (con o senza un ricco patrimonio personale alle spalle) può semplicemente e legittimamente (a questo punto) tentare di sottrarsi nella ancor più legittima aspirazione al massimo di libertà individuale.

That’s all Folks! Meditiamo.

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