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RAVENNA – Ad ascoltare le voci dei tanti sindaci e assessori – che in molte città, smessi i panni dei rottamatori, hanno deciso di vestire quelli dei salvatori del mercato – la decisione di “consentire” l’apertura dei negozi il Primo Maggio dovrebbe servire, a seconda dei casi: a favorire l’accoglienza; a far crescere i magri incassi di commercianti emaciati o, ancora, a favorire la soluzione ad una crisi economica epocale.

Ad ogni latitudine, però da Bolzano a Reggio Calabria, passando per Firenze e Milano, tutti si attardano a spiegarci – prima tra tutti, alla segretaria della CGIL, Susanna Camusso – che la decisione è dettata da loro profondo spirito di libertà e, siccome “il primo maggio è una festa di libertà, quindi è giusto che chi vuol restare aperto stia aperto e chi vuole chiudere chiuda. Allo stesso modo chi vuole lavorare deve poter lavorare e chi preferisce non farlo è giusto che non lavori”.

Ebbene, non sappiamo se alle sapide affermazioni di cui cianciano, lor signorini ci credano davvero o vogliano – celiando, con il loro argomentare – confermarci di essere migrati, inconsapevolmente quanto inavvertitamente, dal Paese di Pulcinella, di gramsciana memoria, a quello – caro a Lombardo e Ranzato – “dei Campanelli”.

Passi, infatti, l’amenità secondo cui chi non ha soldi da spendere il sabato 30 aprile, improvvisamente, la mattina del Primo Maggio 2011 ne trovi – da scialare – talmente tanti da contribuire in un giorno alla soluzione della “famosa” crisi epocale. Così come, ugualmente, siamo disposti a credere (se serve, alla causa della “rottamazione”) alla possibilità di sostenere, con le nostre magre finanze a “gettito fisso”, quelle sicuramente meno pingui di commercianti e bottegai da sempre vicini ai nostri cuori e alle nostre speranze.

Quello, però, che proprio non riusciamo a comprendere è di quale libertà parlino tali arnesi della nuova politica innovativa (e creativa) all’italiana. Non ci risulta, infatti, che a decidere se tirar su la saracinesca il Primo Maggio 2011 siano stati delegati dai titolari delle licenze i loro lavoranti, garzoni, famigli, commessi, aiutanti, collaboratori per lo più precari, quasi sempre instabili.
Ma, soprattutto, chi li difenderà, perorando la loro causa, quando dovessero scioperare – seguendo l’indicazione del Sindacato – unico modo legale per garantirsi la Libertà di non lavorare nel giorno della Festa del Lavoro oppure quando, dopo aver subito la Libertà datoriale di alzare la serranda, chiederanno di festeggiare – in differita –  il loro Primo Maggio 2011. A chi dovranno far domanda?

In attesa di capire, resta l’amarezza di dover prendere atto che alle “satrapie indipendenti dalle leggi generali, in uno Stato nello Stato, dove l’abuso e il sopruso sono la quotidiana attività” del Paese di Pulcinella si sono aggiunte le prese in giro dei neo notabiletti, dei furbini senza arte né parte; delle veline con la macchinetta nei denti che spiegano, pontificano, rottamano.

Il “sabato è per l’uomo”, disse il nazareno – qualche anno prima del toscano – per zittire i potenti della sua era. Il tempo passa e se allora era rivoluzionario “guarire” e fare miracoli di giorno di festa, nel bel mezzo d’una crisi: da coesione sociale; da mancanza di beni in comune e di etica condivisa, rivoluzionario diventa – nella sacralità delle ricorrenze civili (25 aprile; Primo Maggio e 2 giugno) – riconoscersi parte di questa Repubblica. Nata dalla Resistenza! Fondata sul Lavoro!

P.S. A proposito di accoglienza. Avete provato a prendere un caffè negli USA il giorno del Labour Day o a chiedere un panino a Berlino il 9 novembre, “giorno del destino”. Se qualche anima buona potesse spiegarlo a lor signorini. Chissà che non arrivino a capire che anche i turisti hanno un’anima e possono, se non proprio scusare, almeno comprendere!

That’s all Folks!

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