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Fatah e Hamas verso la definitiva riconcilazione. Israele attacca l’economia palestinese

IL CAIRO –  Ieri nella capitale egiziana è arrivato il secondo passo della storica riconciliazione palestinese: il Presidente dell’ANP (Autorità palestinese) Abu Mazen e il leader di Hamas Khaled Mashaal, hanno  firmato l’accordo di riconciliazione tra Fatah e il movimento islamico.

Alla cerimonia hanno partecipato anche il ministro degli esteri egiziano Nabil el Arabi (che ha mediato l’intesa), il Segretario generale della Lega araba Amr Musa,  rappresentanti di vari paesi arabi e tre deputati arabo israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana). Dopo alcune difficoltà sorte in merito  alla politica estera del futuro esecutivo palestinese e al ruolo di Abu Mazen negli eventuali negoziati con Israele, che avevano rischiato di far saltare tutto all’ultimo istante, si è raggiunta l’intesa. Ricordiamo che l’obiettivo comune è quello di arrivare ad un accordo per realizzare un governo di unità di transizione, oltre che quello di indire le elezioni. Nel primo incontro del 27 Aprile, sempre al Cairo, tre erano i principali punti dell’intesa raggiunta: la formazione di unità nazionale e di transizione con un termine d’azione prefissato; il reciproco riconoscimento di specifici ruoli sul campo (in merito alla questione sicurezza) e, infine, la programmazione e organizzazione delle elezioni presidenziali, legislative e del Consiglio Nazionale (entro i prossimi sei mesi). Rilevante inoltre l’obiettivo di riforma dell’OLP al fine di consentirvi l’ingresso di Hamas

L’intesa ufficiale, sottoscritta ieri sera anche dalle altre formazioni politiche palestinesi, mette fine a quattro anni di contrasti violenti tra Fatah e Hamas e, più di tutto, alla separazione amministrativa tra i territori di Cisgiordania e Gaza. Almeno 1.500 persone hanno partecipato a una manifestazione a Gaza in sostegno all’accordo e, per la prima volta, dopo quattro anni, sbandieravano insieme sia bandiere gialle (Hamas) che verdi (Fatah).

Ancora in dubbio l’identità del nuovo premier, la riunificazione degli apparati di sicurezza e l’ingresso di Hamas nell’Olp. Il primo passo però è la costituzione di un governo unitario di transizione, composto da tecnocrati e senza affiliazione politica che dovrà condurre i palestinesi alla seduta dell’Assemblea Generale dell’Onu in cui a settembre Abu Mazen dovrebbe proclamare lo Stato indipendente di Palestina. Di tutto ciò il nuovo Egitto si fa garante.

Il ministro israeliano per gli Affari esteri, Avigdor Lieberman, ha dichiarato che questa riconciliazione è un duro colpo al processo di pace. “Con questo accordo è stata sorpassata una linea rossa (…). Disponiamo di un vasto arsenale di mezzi, come l’eliminazione dello status di Vip per Abu Mazen (Mahmud Abbas, il presidente palestinese, ndr) e Salam Fayyad (primo ministro del governo cisgiordano, ndr), che non permetterà loro di tornare a circolare liberamente in Cisgiordania”, ha dichiarato Lieberman alla radio militare.”Possiamo anche congelare il trasferimento delle imposte raccolte da Israele per conto dell’Anp”, ha aggiunto. Il ministro delle Finanze israeliano, Yuval Steinitz, ha infatti annunciato che il governo di Tel Aviv congelerà il trasferimento dei fondi all’Autorità palestinese, “a causa” della riconciliazione tra Fatah e Hamas. Si tratta delle rimesse in tasse e dazi delle transazioni commerciali raccolte ai valichi e ai porti per conto dell’Anp. Israele raccoglie ogni anno tra 3,5 e 5,0 miliardi di shekels (da 1,04 a 1,48 miliardi di dollari) in favore dell’Anp. Tale entrata costituisce una parte significativa del bilancio annuale dell’Anp.
Omar Barghouthi, leader palestinese e ideatore del movimento pacifico e non violento di boicottaggio sia accademico che economico verso Israele, ha affermato: “Questi soldi non sono israeliani, sono soldi palestinesi”, aggiungendo che Israele sta cercando di imporsi sugli affari interni palestinesi. “Questo è un atto aggressivo che dimostra che Israele non è solo contrario all’unità dei palestinesi, ma anche contro la democrazia palestinese”.

Le gestione di questi “aiuti” di proprietà palestinese, risalgono a quando l’Anp venne creata, a metà degli anni ’90, in occasione degli Accordi di Oslo mediati dagli USA.  A tal riguardo è infatti poco chiara la posizione statunitense, che da parte sua, in linea con l’opposizione israeliana alla riconciliazione, aveva minacciato di interrompere gli aiuti americani all’ANP che ammontano, da Oslo ad oggi,  a più di 3,5 miliardi di dollari. Israele, da parte sua, riceve invece più di 3,6 miliardi di dollari all’anno dagli Stati Uniti. Sembra chiaro quindi il tentativo di annullare completamente la già poverissima economia palestinese, peraltro tale principalmente a causa dell’”economia d’occupazione”.
Risulta ora decisiva la mossa dell’Unione Europea: se Italia, Olanda e Repubblica Ceca, i principali amici di Israele nell’Ue, sono per la linea dura, altri paesi come Francia e Spagna invece sono più aperti ad una possibile collaborazione.

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