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ROMA – Sono stati riconosciuti colpevoli e condannati al carcere i due somali coinvolti nel sequestro del peschereccio d’altura spagnolo ‘Alakrana’. Si tratta della nave da pesca catturata il 2 ottobre del 2009 dai pirati somali nell’Oceano Indiano insieme ai suoi 36 membri dell’equipaggio, di cui 16 spagnoli.

Il sequestro durò 47 giorni. Per il rilascio di nave e uomini il governo spagnolo ha pagato 4 milioni di dollari. Circostanza questa però, ne smentita ne confermata da Madrid. I due predoni del mare sono: Abdu Willy e Raageggesey Adji Haman ed erano stati arrestati dalla Marina Militare spagnola due giorni dopo la cattura dell’Alakrana . I due erano stati poi trasferiti in Spagna per essere processati. La magistratura spagnola li ha riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere e li ha condannati, ciascuno, a 439 anni di reclusione. Ai due banditi del mare sono stati contestati anche 36 capi d’accusa per sequestro di persona, uno per ciascun marinaio, oltre al reato di furto aggravato da violenza e a reati contro l’integrità morale. Sono invece, stati prosciolti dalle accuse di terrorismo, di appartenenza ad una banda armata e di tortura. Dopo questo episodio il governo di Madrid ha varato, il 30 ottobre del 2009, un Decreto Reale che in sostanza modifica il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

 

Un decreto che autorizza le imprese di sicurezza privata a imbarcarsi sulle navi battenti bandiera spagnola per svolgere attività di ‘force protection’ in chiave anti-pirateria. Non solo, il 2 novembre 2009 il Governo spagnolo ha anche votato, approvato e reso immediatamente esecutivo il decreto legge attraverso un regolamento d’attuazione che di fatto ha modificato il proprio registro delle armi comuni da sparo togliendo la dicitura ‘da guerra’ a quei calibri necessari per effettuare la giusta difesa della nave. Introducendo anche nuove norme per di trasporto delle armi e dei relativi munizionamenti definendo finanche le modalità d’imbarco delle stesse dai porti nazionali. Il primo risultato si è ottenuto il 4 marzo del 2010 quando nelle acque dell’Oceano Indiano la scorta armata, imbarcata a bordo della nave spagnola Albacan, ha sventato un attacco pirata aprendo il fuoco e mettendo in fuga l’imbarcazione pirata. Anche in Italia si spinge fortemente in questa direzione specie in alcuni ambienti parlamentari vicini al Pdl e ministeriali. Il tentativo è di voler equiparare le navi alle banche, affidando in questo modo la gestione della loro sicurezza a guardie giurate.

 

In Parlamento è stata presentata una proposta di legge la n. 3406, ‘Disposizioni concernenti lo svolgimento di servizi di vigilanza privata per la protezione delle navi mercantili italiane in alto mare contro gli atti di pirateria’ di cui sono promotore, che prevede la possibilità degli armatori di imbarcare personale armato incaricato della sicurezza delle navi’.  Purtroppo non tutti i Paesi, come ha fatto la Spagna, sono disposti a processare, e se condannati, ad ‘ospitare’ nelle loro carceri i pirati somali accollandosi i relativi costi. Processare i pirati catturati è di pertinenza del Paese dell’imbarcazione attaccata o della nave da guerra intervenuta per sventare l’assalto. Però, possono processare i pirati anche Paesi che abbiano altri legami con il caso, ad esempio la nazionalità di membri dell’equipaggio attaccato. Quasi sempre questi Paesi si rifiutano di processare i pirati o fanno sapere di non poterlo fare nei tempi richiesti. Questo accade nonostante che il 27 aprile del 2010, con un voto unanime, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha chiesto a tutti gli Stati del mondo di ‘criminalizzare la pirateria’ adottando apposite leggi negli ordinamenti nazionali per poter perseguire legalmente i pirati catturati a largo delle coste somale. A pesare su tutto, in maniera anche tale da rendere difficile l’azione di contrasto alla pirateria, è la mancanza di una giurisdizione internazionale. Questo fa si che le navi delle flotte antipirateria non avranno, per le regole d’ingaggio a cui sono vincolate, mai modo di poter spazzare via la pirateria. I militari non possono infatti, arrestare i pirati se manca la flagranza di reato e quando invece,  questi vengono colti con le mani nel sacco non è certa, per loro, la pena. In genere i pirati somali catturati vengono consegnati alle autorità del Kenya. Con questo Paese africano, prima gli USA e poi altri Paesi occidentali hanno stipulato un accordo giudiziario bilaterale che prevede che ogni pirata catturato sia affidato alle autorità giudiziarie kenyane per indire i processi a loro  carico. Sempre in Kenya, a Mombasa, vi è anche un tribunale invece, finanziato dall’ONU, Unione Europea, Australia e Canada. Altre volte però, i predoni del mare catturati sono condotti nel Paese a cui appartiene la nave attaccata per essere giudicati come il caso dei pirati catturati dagli spagnoli, dagli americani, dai malesi, dagli indiani, dai sudcoreani e dagli olandesi per citarne alcuni. Molte altre volte sono invece, lasciati liberi di andare come è accaduto qualche settimana fa. Ecco perché si fa sempre più forte l’idea di creare un apposito Tribunale Penale Internazionale, come quello già operante all’Aja per i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio.

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