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MILANO – La figlia maggiore del premier, Marina Berlusconi, Presidente della Mondadori scende in campo e in un’intervista al “Corriere della sera” si toglie più di un sassolino dalla scarpa (col tacco). È quasi una furia, denuncia la “persecuzione” che un pool di magistrati, giornalisti e uomini politici ordiscono dal 1994 contro suo padre, che è innocente su tutta la linea, “un uomo che ama profondamente la vita, che sa vedere i lati positivi di ogni cosa, che non conosce rancore e ipocrisia e che si è sempre mantenuto fedele alle sue idee”. Insomma un Beato, come Karol Wojtyla.

Ma poi affronta un punto e sembra affondare, almeno da un punto di vista logico. Il punto riguarda la “legge ad aziendam”, approvata dall’attuale maggioranza qualche mese fa, con la quale la Mondadori, per un annoso contenzioso tributario, ha evitato di pagare svariati milioni di euro all’Agenzia delle entrate, vicenda sulla quale poi si è aperto il dibattito fra gli autori della casa editrice se abbandonarla o meno (ma nessuno ha cambiato editore). Dice Marina Berlusconi: “Lo sa quante altre aziende, oltre alla Mondadori, hanno utilizzato questa presunta ‘legge ad aziendam’? Centosettantasette. E chi c’è nell’elenco? Proprio il gruppo di De Benedetti, con l’editrice di ‘Espresso’ e ‘Repubblica’, che rischiava di dover pagare al fisco fino a 45 milioni. Sissignore, in silenzio hanno usato quella stessa norma che pubblicamente, per mesi, li ha fatti gridare allo scandalo”.

Non capiamo, signora. Cosa avrebbe dovuto fare De Benedetti, dopo aver denunciato, con i suoi giornali, una legge che indubbiamente favoriva la Mondadori, patire anche la beffa di dover pagare per intero gli arretrati di imposta? E perché, di grazia, visto che la Mondadori ne approfittava così doviziosamente, dopo che il suo proprietario, possedendo anche il Parlamento, aveva ben disposto per la bisogna? Insomma, doveva risultare, come dicono a Napoli, “cornuto e mazziato”?

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