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La 68^ Mostra del Cinema di Venezia che si terrà dal 31 agosto al 10 settembre ha già un vincitore: Marco Bellocchio a cui il CdA della Biennale, presieduto da Paolo Baratta e su proposta del direttore Marco Muller, ha attribuito il Leone d’Oro alla Carriera

Il premio al grande regista italiano è meritatissimo ma sa anche un po’ di riparazione per i tanti riconoscimenti mancati, nonostante gli apprezzamenti del pubblico e degli estimatori ed anche della critica, ma spesso a posteriori, prova ne è che tranne qualche David di Donatello (“L’Ora di Religione”- 2002) e qualche Nastro d’Argento (“I Pugni in Tasca”- 1966), Marco Bellocchio non ha mai avuto la considerazione che merita nel circuito dei festival che contano (Cannes, Venezia) tranne che nel 1991 a Berlino dove ha ricevuto l’Orso d’Argento per “La Condanna”.

Il regista, con la verve e lo spirito provocatorio che lo hanno sempre contraddistinto, appena saputa la notizia, ha commentato con sagacia: “I premi servono, anche quelli che non si ricevono, a corroborare una certa resistenza ad andare avanti. E poi a 71 anni i premi fanno bene.” Nel panorama dei grandi registi italiani la mancata assegnazione di un premio importante a Marco Bellocchio risultava essere una grave lacuna a cui solo la grande sensibilità artistica del direttore della Mostra, Marco Muller, poteva porvi rimedio.

Le motivazioni che hanno spinto Muller all’assegnazione del premio spiegano meglio di qualsiasi analisi sociale e artistica il senso profondo del riconoscimento a Bellocchio. Marco Muller nella motivazione ufficiale, tra l’altro, sottolinea: “ Seguire il cinema di Marco Bellocchio ti porta, in ogni suo film, sempre verso altre destinazioni da quelle che ci sembrava di aver raggiunto e scoperto. Camminatore instancabile, traghettatore di idee, esploratore del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile (e nell’inconscio). E ha così trovato i modi di espressione più vitali e ‘giusti’; per raccontare l’urgenza di saperi, individuali e collettivi, indeboliti, o svaniti.

Il percorso cinematografico di Marco Bellocchio, anche se, in apparenza, contorto e apparentemente regressivo, merita il massimo rispetto, se non altro per il rigore e la linearità di stile con cui è stato realizzato. Si parte dai “Pugni in Tasca” del 1966, anticipatore della contestazione ai film più legati alla fase “psicanalitica”, all’esplorazione dell’inconscio indagando territori del verosimile spesso incontaminati.

Nell’occasione dell’assegnazione del premio Bellocchio presenterà anche il suo film “Nel Nome del Padre” del 1971, rivisitato ed anche ridotto (95’) rispetto alla durata iniziale di 105’. Era un’operazione che il regista avrebbe voluto fare da tempo per liberare il film da quegl’orpelli ideologici che, con il passare del tempo, hanno perso di significato e importanza. Sta qui anche la grandezza di un vero autore, quella di saper rivisitare criticamente le propria opera; Bellocchio, a proposito del rimontaggio del film osserva: “il film non è stato addolcito in alcun modo, non è meno violento, si può dire soltanto che in questa versione definitiva Nel Nome del Padre fa pensare un po’ meno a Brecht e un po’ di più a Vigo.”

Oltre al premio comunque la notizia migliore è che il grande regista ci riserverà ancora emozioni come, per esempio, con il prossimo film in fase di ultimazione “La Monaca di Bobbio” liberamente ispirato alla storia della nobildonna del 17° secolo.

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