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RAVENNA – Prendete un governo di centro destra di un paese capitalista. Ponetelo di fronte al problema di una delle tre banche del suo Paese che fallisce perché intossicata da spazzatura finanziaria e fortemente esposta debitoriamente nei confronti di cittadini britannici e olandesi. Cosa pensate che farà quel governo per salvare il buon nome del Paese e degli amministratori di quella banca?

Che domande, come hanno fatto tutti i governi occidentali, nazionalizzerà la banca e, grazie all’aumento delle tasse (socializzazione delle perdite, la chiamano), si offrirà di rimborsare i governi: britannico e olandese delle somme sborsate – in nome e per conto – per (non avere proteste in casa) e risarcire i loro concittadini.

Normale, direte voi! Manco per niente, dico io. Infatti, adesso, prendete un popolo civile, la più antica democrazia europea (930 d.C.), dategli appuntamento a Reykjavik, e mettetegli in mano pentole, cucchiai e coperchi dopo avergli spiegato che i 6 miliardi di euro in più di tasse che dovranno pagare, in rate mensili da 3 milioni e mezzo, per i prossimi 15 anni, sono il frutto delle speculazioni di banchieri che – in nome del profitto a tutti i costi – hanno indebitato l’Islanda per ben 120 miliardi in derivati e altri giochini quando la stessa, nel 2007, aveva un PIL di poco superiore ai 12 miliardi di Euro.

Beh, succede che quel popolo, davanti a quella sede governativa fa un tal casino con pentole e coperchi il primo ministro conservatore, Geir H. Haarde, e il suo intero gabinetto si dimettono; fanno convocare nuove elezioni, vinte nell’aprile del 2009 da un’alleanza socialdemocratico-verdi che insedia un nuovo governo guidato dalla prima ministra Jóhanna Sigurðardóttir.

Ma, non è tutto. Quando il nuovo governo, nonostante la crisi economica, il calo del PIL (-7 per cento in un anno), si mette in testa di accedere ad una nuova proposta di risarcimento (fatta da britannici e olandesi) che allunga a 37 anni la rateazione e al 3 per cento (dal 5,5) gli interessi, gli islandesi tornano in piazza e pretendono: una nuova costituzione e un referendum per scegliere loro se pagare o no il debito.

Referendum che, lo scorso 10 aprile, gli islandesi hanno vinto – con il 70 per cento dei consensi – confermando che non saranno loro a pagare per i correntisti online di “Icesave”, truffati dai banchieri azzeccagarbugli ed esosamente imbroglioni come il famoso Sigurdur Einarsson, ex presidente di una delle banche coinvolte, contro cui il nuovo governo ha fatto emettere un mandato di cattura internazionale che ha gettato nel panico, costringendoli alla fuga dal paese i suoi amici e sodali.

Provate, adesso, di sabato (a Bergamo, gli altri giorni devono “lavurà”), a mettere insieme il “gotha degli “imprenditori” italiani mentre ascoltano un appassionato intervento della loro capa “pasionaria” del tondino, e li arringa sui mali dell’Italia: vessata dalle tasse; amministrata da un “governicchio” e stretta dalle norme sulla sicurezza sul lavoro che, insieme alla sentenza di Torino – dove un tribunale ha condannato per “omicidio volontario” l’AD della Thyssen – corrono il rischio di “non attrarre, anzi far scappare i capitali stranieri dall’Italia”.

Ebbene, non v’è dubbio, con la fiducia che lor signori accordano alla magistratura (e alle istituzioni più in generale), come minimo ci scappa un applauso di solidarietà al cittadino tedesco Herald Espenhahn, fino a nuova sentenza, assassino di 7 operai per cui è stato condannato a 16 anni di reclusione.

Democrazia, la forma di governo più vicina alla perfezione. Un modo come un altro, quando non è possibile l’unanimità (sempre auspicabile), per garantire il governo di una comunità attraverso la formazione di leggi giuste, il più possibile, condivise e coinvolgenti, che tentino di coniugare la libertà di ciascuno con la giustizia sociale.

Ma com’è possibile che il termine, così chiaro nella sua etimologica trasparenza, possa assumere – a seconda della latitudine – significati così diversi? Com’è possibile che in Islanda i cittadini abbiano il diritto di “ribellarsi” e, pacificamente imporre al loro governo che: “No, loro non pagheranno per le colpe di pochi profittatori” mentre da noi diventa impossibile addirittura sancire l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini?

Ormai, dovrebbe essere chiaro che siamo giornalisti “gramscianamente” (forse, “indegnamente”) partigiani per questo, pur non competendoci direttamente, vogliamo rispondere anche noi alla “pasionaria” di Confindustria: “Gli imprenditori stranieri non verranno in Italia perché hanno paura di finire in carcere se dovessero uccidere un loro dipendente. Bene: “ecchisenefrega!!”.

Con buona pace dei moderati di ogni colore, That’s all Folks!

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