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Siria, una rivoluzione clandestina

Nonostante il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon esorti il presidente siriano Bashar al-Assad ad ascoltare gli appelli alla libertà del popolo e la Ue annunci la revisione delle sanzioni, l’offensiva del regime non si ferma.

Nella mattinata di ieri i carri armati dell’esercito hanno attaccato ancora una volta il quartiere residenziale di Homs, la terza città del Paese ed  una delle roccaforti della rivolta contro Basher al-Assad.
È di 9 morti il bilancio dell’attacco lo riferisce un attivista siriano per i diritti umani alla tv araba al-Jazeera. Secondo questa fonte, si contano anche decine di feriti nei cannoneggiamenti avvenuti nel quartiere di Bab Amr, da giorni sotto assedio da parte delle forze di sicurezza siriane.
Le autorità siriane scarceravano – intento puramente pubblico e ossequioso verso i rivoltosi e la pubblica opinione, soprattutto! –  300 manifestanti arrestati nei giorni scorsi nella città di Banias.
A riferirlo è un attivista siriano per i diritti umani alla tv satellitare al-Arabiya, il quale annuncia che sono inoltre ritornate nelle case della zona l’acqua potabile, l’elettricità, ed il ripristino delle linee telefoniche.
Questo alla luce delle parole del governo di Damasco, il quale aveva fatto sapere da un portavoce, che la fase critica di questa rivolta contro il presidente Bashar poteva essere considersata terminata e che la protesta iniziata sette settimane fa stava arrivando al suo epilogo.
Non pago di queste mosse il governo ha deciso di formare una commissione ad hoc per l’elaborazione di una nuova legge elettorale nel Paese, l’intento è quello di stroncare sul nascere i partiti dell’opposizione che potrebbero, alla luce delle rivolte, organizzarsi e fare fronte unico contro il partito del presidente.

Nella mattinata di ieri notizia più significativa, oltre queste prese di posizione del governo Assad, riguarda la mossa dell’Unione Europea. 
Abbiamo cominciato con le tredici persone direttamente implicate nelle repressioni – ha detto Catherine Ashton, responsabile della politica estera europea, davanti alla plenaria del Parlamento a Strasburgo – ma vi assicuro che sono determinata ad esercitare la massima pressione possibile sulla Siria.
Ashton ha anche spiegato che il problema, della questione siriana e della risoluzione della stessa sono da imputare alle divisioni tra i 27 governi europei riguardo alla questione che sulla lista delle sanzioni entrata in vigore ieri non c’è il presidente Assad e la sua famiglia.
In Consiglio sono emerse posizioni nette, non posso dire chi abbia detto sì o no, ma sono state posizioni molto nette. Per ora abbiamo cominciato così, ma in settimana torneremo su questa questione.

Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini alla domanda sulla questione Siria ha tenuto a precisare che le sanzioni europee nei confronti della Siria rappresentano un “segnale ultimo” per Damasco e che “il tempo sta scadendo”.
Nessuna similitudine, però, con la Libia dice il ministro precisando che in Libia la situazione è cominciata in modo del tutto diverso rispetto alla siria; è cominciata con una deliberata azione del regime, non vi è stata nessuna apertura alle prospettive di riforme.
Diciamolo francamente, ha proseguito il titolare della Farnesina, Assad, il presidente siriano, non è Gheddafi.
Ma si fa fatica, sempre francamente, a capire chi sia fra i due il peggiore!
La critica non è al contenuto delle parole del ministro, ma alle misure prese dalla politica che la Ue sta adottando per sedare questo bagno di sangue.
In molti oramai si chiedono come mai le sanzioni non siano indirizzate direttamente contro Bashar al Assad.
Catherine Ashton ha detto che presto arriveranno anche per lui e che per ora si sono voluti colpire i diretti responsabili degli scontri e dei morti in Siria.
Forse è proprio questo che i più non capiscono, soprattutto alla luce di quanto avvenuto ieri sera.
Intonro alle venti dall’ansa giunge l’ennesima notizia riguardante la Siria: tredici persone sono morte in seguito ai bombardamenti e ai colpi dei carri armati nella città di Harra, nel sud della Siria.  Lo affermano alcuni attivisti. Secondo l’Organizzazione nazionale per i diritti umani un bambino e un infermiere sarebbero stati uccisi da colpi di arma da fuoco, mentre le altre vittime sarebbero rimaste uccise nel crollo di quattro case distrutte dai carri armati.
Nonostante le promesse di riforme imminenti, il presidente siriano Bashar al Assad ha ordinato al suo esercito di fare nuovamente fuoco sulle persone scese in piazza per protestare contro il suo regime.
Le truppe governative tengono sotto assedio Homs, 160 chilometri a nord di Damasco; a nulla sono servite le sanzioni, e la comprensione per i non addetti ai lavori aumenta sensibilmente.

La giornata si conclude con l’annuncio in un’intervista per il New York Times, di Rami Makhlouf, cugino del presidente Assad e tra le tredici persone sanzionate dall’Ue, il quale avverte che il governo è pronto a combattere fino alla fine per sedare le proteste e per garantire la stabilità del Paese.
Prosegue affermando che gli uomini del governo non scapperanno e che rimarranno fino alla fine.
Anche perchè, secondo Makhlouf  l’alternativa ad Assad sarebbe un governo di salafiti,  che scatenerebbero una guerra nel Paese e forse nella regione.
La battaglia vera pare che non sia ancora iniziata, questo forse è il vero dramma di tutta questa vicenda.

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