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MILANO –  Una vasta operazione antimafia contro le cosche mafiose di Gela che avrebbero proiettato i propri interessi criminali in alcune zone del Nord Italia è in corso tra la Sicilia, la Lombardia e la Liguria. La polizia sta notificando 63 ordinanze cautelare in carcere, firmate dal Gip di Caltanissetta su richiesta della Dda, nei confronti di esponenti di spicco dei clan Rinzivillo ed Emanuello.

Sono accusati, a vario titolo, di estorsione, associazione mafiosa, traffico internazionale di sostanze stupefacenti, incendi, detenzione e porto di armi. L’indagine è stata condotta dallo Sco e dalle squadre mobili di Caltanissetta, Varese e Genova, due province del Nord Italia dove le cosche gelesi si sarebbero insediate da tempo. Nell’ambito dell’operazione, denominata in codice  Tetragona, sono stati anche sequestrati appartamenti, ville e società edili, per un valore di oltre 10 milioni di euro. Gli affiliati delle due cosche, da tempo in lotta tra loro per il predominio mafioso, erano inoltre coinvolti in un traffico di cocaina importata da Santo Domingo. I proventi illeciti venivano reinvestiti in immobili ed imprese commerciali nel Nord Italia. Sono state infine accertate numerose estorsioni nei confronti di imprenditori del settore edile e di titolari di esercizi commerciali.

Il clan sarebbe riuscito a infiltrarsi nel Nord Italia, in particolare nella zona di Busto Arsizio, grazie a imprenditori gelesi compiacenti e ad alcuni affiliati rimasti in libertà. Proprio sull’asse Gela-Busto Arsizio la famiglia Rinzivillo sarebbe riuscita a reimpiegare i proventi illeciti, provenienti in particolare dal traffico di stupefacenti, finanziando attività imprenditoriali del settore edile. Nel corso delle indagini è emerso come gli uomini d’onore trasferitisi al Nord continuassero a mantenere contatti con la cosca contribuendo all’assistenza dei detenuti e delle loro famiglie, e partecipando alle decisioni di Cosa nostra. Un capitolo a parte riguarda le estorsioni messe a segno dai due clan. Ben 15 imprenditori hanno collaborato con la giustizia denunciando intimidazioni e richieste di pizzo. Sono stati inoltre ricostruiti decine di episodi estorsivi, dalla classica ‘messa in regolà, all’imposizione di materiale da acquistare presso aziende ‘amichè, all’assunzione di personale. Le indagini, infine, si sono avvalse della collaborazione di diversi pentiti appartenenti alla Stidda e a Cosa nostra.

Anche gli appalti per l’Expo di Milano 2015 erano nel mirino delle famiglie gelesi di Genova legate a Cosa Nostra. È quanto emerge dalle intercettazioni delle conversazioni di Nunzio Di Gennaro, 56 anni, origini siciliane da tempo residente a Savona, arrestato nell’ambito della maxi operazione contro le cosche mafiose di Gela che ha portato all’arresto di 63 persone. «Ci sarà tanto lavoro da fare in questi sei anni, e io potrò così sistemare le cose e prendere una bella casa a Milano», è il passaggio di una conversazione di Di Gennaro riportata nelle ottocento pagine dell’ordinanza. «Ho un’amico (secondo gli inquirenti Vincenzo Morso, ritenuto il capo di Cosa Nostra a Genova e arrestato questa mattina, ndr) che ci può fare prendere tanti appalti». Frasi ripetute dall’imprenditore anche in altre occasioni. Con un amico, in particolare, Di Gennaro ricordava come su quegli appalti ci fosse già la mano della ‘ndrangheta: «No, con loro è tutto a posto – dice nelle intercettazioni – ci siamo incontrati e abbiamo chiarito tutto grazie a Vincenzo. Quando lo hanno visto e riconosciuto dopo gli anni in carcere ci hanno pure offerto da mangiare». Secondo l’accusa Morso avrebbe preteso su ogni appalto procurato a Di Gennaro circa il 40% degli utili.

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