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Corte dei Conti. E’ allarme sui conti pubblici italiani

ROMA – Che l’ottimismo sui conti pubblici italiani fosse ormai un atto di pura fede che trascende la dura, durissima realtà dei fatti lo sapevamo ormai un po’ tutti. Ad accendere i riflettori e riportare l’arida contabilità al centro dell’agone politico ci ha pensato la Corte dei Conti che stamane ha presentato il Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, rapporto che lancia un disperato grido d’allarme sul futuro che attende questo Paese, un futuro di costante emergenza cui il Governo prefersco sottrarsi negando tutto, anche la più semplice evidenza.

La magistratura contabile ricorda come vada tenuto in debito conto l’inasprimento dei vincoli europei relativo ai bilanci degli Stati, in particolare la nuova regola secondo la quale i Paesi che registrano un rapporto tra debito pubblico e Pil superiore al 60%, ed in Italia si sfiora ormai il 120 %, dovranno operare sui bilanci in maniera tale da ridurre lo scarto fra il dato effettivo ed il predetto valore soglia (60 %) di un ventesimo all’anno. Vincolo che comporta l’obbligo per l’Italia di ridurre di circa il 3% l’anno il debito pubblico, ovvero circa 46 miliardi di euro.
Ed è la stessa Corte dei Conti a proporre un parallelo che gela il sangue quando afferma che le simulazioni effettuate “segnalano come, con l’ipotizzata continuazione dei tassi di crescita molto modesti, il rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni ’90, per l’ingresso nella moneta unica”.

Una nuova finanziaria di lacrime e sangue che comporti un salasso monetario ai cittadini per risanare i conti non sarebbe però sufficiente infatti l’operazione dovrebbe essere prolungata nel tempo in quanto “a differenza di allora, però gli elevati valori di saldo primario andrebbero conservati nel lungo periodo, rendendo permanente l’aggiustamento sui livelli della spesa, oltre che impraticabile qualsiasi riduzione della pressione fiscale, con la conseguente obbligata rinuncia a esercitare per questa via un’azione di stimolo sull’economia”.
Un estremo rigore prolungato nel tempo però comporterebbe una spinta depressiva sull’economia nazionale e comporterebbe rischi che potrebbero arrivare ad essere controproducenti, il famoso rapporto vede infatti al numeratore il debito pubblico ed al denominatore il Pil, e nel caso in cui politiche rigorose portassero ad una riduzione del Pil il rapporto potrebbe quindi peggiorare anche in presenza di un avanzo di bilancio; anche perché a causa della crisi la Corte già stima una perdita permanente di Pil pari alla somma di 160 miliardi di euro entro il 2013.

Si apre quindi la questione, per dirlo con la magistratura contabile, di “come porsi di fronte all’obiettivo di ripristinare piu’ robuste condizioni di crescita, almeno tali da riportare l’economia italiana in linea con la media europea”.

Una strada maestra ci sarebbe ed è quella della lotta all’evasione fiscale, campo in cui siamo ai vertici europei, e non può certamente essere un caso se i paesi che ci contendono questo poco invidiabile titolo siano proprio Grecia e Spagna, due dei paesi più malmessi finanziariamente d’Europa tanto da essere entrambi in odore di default, proprio a sottolineare come non è da un malinteso rigore nella spesa o da ancor più deteriori tagli nell’istruzione, ricerca ed investimenti che può arrivare un minimo di sollievo per i bilanci statali ma solo dall’allargamento del numero dei contribuenti onesti.
Le reazioni delle opposizioni di Governo sono state dure; il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in una nota congiunta con il responsabile lavoro e welfare del partito, Maurizio Zipponi, ha affermato “L’economia del Paese crolla ed e’ ora che governo e maggioranza vadano a casa. I dati diffusi oggi dalla Corte dei Conti sono un’ulteriore prova dell’incapacita’ dell’esecutivo. Clamorosi sono i dati sulla perdita permanente di prodotto, pari a 160 miliardi, e la necessita’ di tenere in ordine i conti con una manovra correttiva di 46 miliardi. La Corte dei Conti fa il suo mestiere, e cioe’ fa i conti, mentre il ruolo di un governo e’ quello di agire per tempo, ma non lo ha fatto”.

Mentre Michele Ventura, vicepresidente del gruppo Pd della Camera, sottolinea, in un impeto forse eccessivo, che “l’enorme fabbisogno di risorse, secondo i magistrati contabili, richiede uno sforzo pari a quello sostenuto negli anni Novanta per preparare l’avvento dell’euro, ma allora gli italiani furono quasi entusiasti di pagare la tassa sull’Europa, invogliati da un esecutivo che prospettava una direzione di marcia ben precisa. Tutt’altra e’ la situazione attuale”
Sempre Ventura afferma “I quarantasei miliardi all’anno necessari per riequilibrare il nostro bilancio e raggiungere gli obiettivi indicati dalla Ue ci dicono che e’ necessario che il Tesoro non ceda a trovate propagandistiche ed elettoralistiche. Quanto sottolineato dalla Corte dei Conti impone un’attenzione particolare alla crescita e ricorda che la spesa delle amministrazioni locali dev’essere tenuta sotto controllo. Altro che sanatorie territoriali. Servono immediatamente interventi sullo sviluppo”.. I democratici, conclude Ventura, auspicano “un immediato confronto sui conti pubblici italiani perche’, al di la’ delle petizioni di principio, e’ necessario capire come e dove si troveranno i miliardi necessari senza che a pagare siano i soliti noti”.

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