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ROMA – Fino ad oggi  l’India ha catturato numerosi pirati somali. La stima per difetto è di oltre un centinaio. Il Paese è uno dei pochi che si sono impegnati fortemente nella lotta alla pirateria marittima al largo della Somalia. In non poche occasioni i militari della marina militare indiana si sono mostrati  piuttosto aggressivi nel combattere i predoni del mare.

Un’aggressività che il governo di New Dehli aveva deciso di adottare dopo che i pirati somali si erano fatti particolarmente attivi lungo le coste indiane. Uno specifico provvedimento era stato adottato lo scorso mese di aprile.   Però, ora sembra che il governo indiano, secondo quanto anticipato da funzionari ministeriali al quotidiano ‘Times of India’, ha operato un’inversione di rotta. Si tratta di un vero e proprio cambio di politica nelle sue operazioni anti-pirateria. Di fatto sono state impartite istruzioni ai comandanti delle navi da guerra indiane impegnate nel contrasto alla pirateria marittima nell’Oceano Indiano e nel mare del Corno D’Africa a non arrestare più i pirati somali e tantomeno a portarli in India. La decisione adottata sembra sia stata dettata dal timore, da parte del governo indiano,  che le sue operazioni antipirateria e l’arresto dei pirati somali, con la loro conseguente incarcerazione a Mumbai, possono  essere causa di rappresaglie contro i marinai indiani prigionieri in Somalia.

 

Finora sono 54 i marittimi di nazionalità indiana trattenuti in ostaggio dai pirati somali. Si tratta dei marittimi equipaggio di cinque navi catturate: MV Iceberg, 6, MV Suez, 6, MT Asfalto Venture, 7, MT Savina Caylyn, 17, e MV Sinin. Queste navi, come è noto a tutti, dopo essere state catturate sono state dirottate presso le coste somale del Puntland dove sono ora all’ancora di fronte ai covi pirati di Hobiyo, Kaduur e Grisby. Marittimi che in molti casi sono palesemente trattenuti, come gesto di ritorsione, da parte dei pirati somali, per la forte azione di contrasto operata negli ultimi mesi dalla Marina Militare indiana. La chiarezza dell’intento è evidente per esempio nel caso della MV SUEZ,  catturata dai pirati somali il 2 agosto del 2010. Dei 22 marittimi membri dell’equipaggio, i pirati somali hanno rilasciato 1 cingalese e 11 egiziani, mentre trattengono ancora 4 pachistani e 6 indiani. Il rilascio degli altri è avvenuto senza un valido motivo, mentre per i restanti i predoni del mare hanno chiesto un riscatto di 3,6 mln di dollari.

 

Questo porta a credere che questi marittimi non siano stati rilasciati se non nell’intento di voler far pagare, specie all’India, il proprio impegno, ai Paesi d’origine, nella lotta alla pirateria marittima. Purtroppo, danno nel danno, la scorsa settimana l’intera somma del riscatto è stato confiscato dal governo somalo all’aeroporto di Mogadiscio. Un azione questa, dettata dal fatto che il governo somalo si è sempre opposta al pagamento dei riscatti ai pirati somali, almeno ufficialmente. Un altro esempio ancora più palese è dato dal fatto che nonostante che lo scorso 16 aprile sia stato pagato un riscatto milionario per il rilascio della MT Asfalto Venture e del suo equipaggio i pirati somali si sono rifiutati di rilasciare 7 dei quindici membri dell’equipaggio perchè di nazionalità indiana. Questo è motivo di ulteriore preoccupazione in quanto oltre  il 10 percento del totale dei marittimi che lavorano per le compagnie di navigazione di tutto il mondo sono indiani e quindi sono esposti al rischio pirateria marittima. Una conferma che questo cambio di rotta è già in atto viene dal fatto che durante l’ultima operazione di contrasto alla pirateria, avvenuta tre settimane fa, le unità da guerra della Marina Militare indiana impegnate nell’operazione non hanno arrestato alcun pirata somalo. La nuova strategia adottata sembra essere quella di limitarsi a disarmare i pirati somali sequestrando ogni loro ‘attrezzi di lavoro’ e a lasciarli poi, andare via.  Se dovesse giungere conferma di questo nuovo modo di affrontare la pirateria marittima,  da parte dell’india, ci si troverebbe di fronte all’ennesima resa della comunità internazionale.  Una comunità internazionale che cerca di contrastare il fenomeno dal giugno 2008 con risultati scarsi a fronte di un ingente impegno economico valutato oltre il miliardo di dollari l’anno.

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