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NAPOLI – In Italia del fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia se ne parla poco o per nulla. Solo quando il fenomeno coinvolge marittimi italiani e navi battenti il tricolore trova spazio nei media italiani. Sembra quasi che in Italia parlare di pirateria marittima sia vietato o per lo meno che non interessi più di tanto.

 

 

Eppure in questo momento un pezzo di territorio italiano è nelle mani dei pirati somali dal 21 aprile scorso. Si tratta della motonave italiana ‘Rosalia D’Amato’ della società armatrice Fratelli D’Amato di Napoli. Con la nave sono trattenuti in ostaggi anche 6 marittimi italiani, parte dei membri del suo equipaggio, tra cui il comandante Orazio Lanza. Finora dell’intera vicenda si è parlato ben poco a dimostrazione di quanto affermato prima. La nave italiana è stata catturata dai predoni del mare nell’Oceano Indiano ed ora è alla fonda al largo delle coste somale del Puntland. Si tratta del territorio costiero nella regione semiautonoma della Somalia dove si trovano tutti i covi dei pirati somali ormai divenuta una nuova e moderna Tortuga. Da allora, della nave e dei suoi 22 uomini di equipaggio, i 6 italiani e 16 filippini, nessuno ne sa più nulla.

 

La ‘colpa’ è dell’assordante silenzio imposto dalla Farnesina. Un vero e proprio ‘bavaglio’ ad ogni tipo di notizia inerente la vicenda. Un silenzio che potrebbe essere giustificabile in quanto si tratta di una scelta dettata dalla necessità di mantenere uno stretto riserbo per l’estrema delicatezza del caso. Anche se sulla necessità di  ricorrere al riserbo, l’esperienza del Buccaneer, il rimorchiatore d’altura italiano catturato nell’aprile 2009 insieme al suo equipaggio di 16 marittimi, dei quali 10 italiani, insegna che a volte vi si può ricorrere anche per nascondere delle verità inconfessabili. L’ultimo aggiornamento sulla vicenda risale allo scorso mese di aprile poi più nulla. A questo punto sorge spontaneo chiedersi: che fine hanno fatto i marinai della motonave italiana? La situazione di stallo in corso sta generando allarme e inquietudine nei familiari dei 6 marittimi italiani che sono ostaggi dei pirati somali ormai da oltre un mese.

 

Chi è a casa in Italia si chiede continuamente e con angoscia come sta il proprio caro e cosa si stia realmente facendo per garantire il loro ritorno a casa sani e salvi. Queste persone che sono in Italia si chiedono quali siano i risultati finora raggiunti dal Ministro degli affari Esteri. Sono senza notizie, senza rassicurazioni ed è immaginabile la risposta che ricevono. Come se fosse una tiritera la risposta è sempre la stessa: “l’Unità di crisi della Farnesina è al lavoro, non vi preoccupate”. Ed invece, c’è da preoccuparsi. In meno di due mesi sono state ben tre le navi italiane, in giro per i mari del mondo, che sono state catturate dai pirati. Dall’8 febbraio scorso infatti, un’altra nave italiana è ostaggio dei pirati somali. Si tratta della superpetroliera Savina Caylyn sempre della società armatrice Fratelli D’Amato di Napoli.

 

Con la nave sono trattenuti in ostaggi altri 5 italiani, parte dei 22 membri del suo equipaggio composto anche da 17 indiani. Con questi gli italiani  prigionieri in Somalia  sono 11. Oltre a 4 campani, Gennaro Odoaldo, terzo ufficiale di coperta, Vincenzo Ambrosino, allievo ufficiale di macchina, entrambi di Procida, un marittimo di Vico Equense e un’altro di Meta di Sorrento, ma residente in Belgio, e a due siciliani, uno di Messina, il comandante Lanza e l’altro di Mazara del Vallo il direttore di macchina della ‘Rosolia D’Amato’ ci sono anche questi altri 5 italiani  in balìa dei pirati somali. Si tratta del comandante della Savina Caylyn, Giuseppe Lubrano Lavadera, campano di Procida, il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione, campano di Procida, l’allievo di coperta, Gianmaria Cesaro, campano di Piano di Sorrento, il direttore di macchine, Antonio Verrecchia, laziale di Gaeta, il primo ufficiale di coperta, Eugenio Bon, di Trieste. Bon ha ‘festeggiato’, si fa per dire, il suo 30esimo compleanno in prigionia lo scorso 30 aprile.

 

La vicenda di questa nave però, con molta probabilità volge a soluzione. Il 13 aprile scorso invece, era stata catturata la M/C ‘Alessandra Bottiglieri’ della ‘Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Spa’. La petroliera venne catturata mentre era al largo del porto di Cotonou, in Benin, nell’Africa Occidentale. Si tratta di un’altra area del mondo infestata anch’essa dai pirati. A bordo 22 membri di equipaggio, di cui 6 italiani e 16 indiani. Un sequestro che però, si è risolto in meno di 48 ore. Dopo che è stato pagato un riscatto sia la nave sia il suo equipaggio sono stati immediatamente rilasciati. Un particolare questo, che non è passato per nulla inosservato. Il sequestro della ‘Alessandra Bottiglieri’ è durato pochissimo perché le trattative con i pirati sono durate pochissimo. Stranamente invece, nel mare della Somalia tutti i sequestri prendono una ‘brutta piega’ e durano mesi e mesi. Alla fine poi, comunque si paga un riscatto diversamente i pirati non mollano la preda. Allora viene spontaneo chiedersi: perché in Somalia si tergiversa a pagare i pirati somali mentre altrove si chiude subito la partita?

 

 

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