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Elezioni in Perù. Si afferma il nazionalista progressista Humala

LIMA – Il vento del cambiamento in America latina sembra ancora forte e, un po’ a sorpresa, sposta anche il Perù tra i Paesi che abbandonano il neoliberismo.

Nonostante l’alta percentuale di crescita economica degli ultimi anni, sostenuta soprattutto dalle politiche di esportazione delle risorse naturali e dalla facilità da parte dei capitali e delle multinazionali di investire nel Paese, la popolazione andina sceglie Ollanta Humala, l’ex militare che ha costruito la sua proposta proprio su un maggior intervento dello Stato, per riequilibrare i forti divari sociali, per implementare un welfare statale ma, soprattutto, per riacquisire il controllo nazionale delle tante risorse naturali, in particolare minerarie, del Perù.

I partiti della destra peruviana, che poco o niente hanno fatto per frenare il predominio delle imprese multinazionali, mentre intorno, nei paesi vicini, venivano riconquistate grosse fette di sovranità, proprio a scapito di queste imprese, si sono sentiti così forti da presentarsi al primo turno con quattro diversi candidati alla Presidenza: Pedro Pablo Kuczynski, manager di imprese straniere e funzionario della Banca Mondiale, con ‘Alianza por el Cambio’,  Alejandro Toledo con ‘Perù Posible’, ex Presidente del dopo Fujimori, anche lui già funzionario della Banca Mondiale, Keiko Fujimori con ‘Fuerza 2011’, Luis Castañeda con ‘Alianza Solidaridad Nacional’, ex sindaco di Lima, integrato perfettamente nel sistema. Tre di loro hanno il passaporto statunitense.

Aveva avuto partita facile, Humala, nell’accedere al ballottaggio e, nel mazzo dei candidati liberisti, si era affermata Keiko Fujimori. I suoi legami familiari e il suo stesso impegno negli anni della presidenza paterna l’avevano fatta considerare quasi ‘impresentabile’ dall’establishment, ma gli altri concorrenti erano ancora più incolori e percepiti come contigui a un sistema ‘corrotto’.

I poteri forti, legati al sistema economico, alle multinazionali, alle grandi produzioni per l’esportazione, alle tante caste esistenti a Lima e in tutte le città del Paese, si sono ricompattati per sostenerla, percependo il rischio di cambiamento legato alla vittoria di Humala.

Una durissima campagna mediatica si è scagliata contro il candidato di “Gana Perù”, i mercati hanno indicato Keiko come Presidente, gli Stati Uniti, proprio per la debolezza geopolitica nell’area hanno cominciato a percepire lo smarrimento nell’eventuale perdita di uno dei pochi alleati rimasti nel sud del suo continente e ad impegnarsi di conseguenza, e i sondaggi sembravano premiare questa strategia.

Qualche imprevisto ha un po’ scombussolato i programmi: le dichiarazioni del Premio Nobel Vargas Llosa, liberale, già candidato per la destra, a favore di Humala, pur con tante riserve; lo spostamento di Toledo sempre verso l’ex militare; le tante voci che parlavano della scarcerazione di Alberto Fujimori nel caso di vittoria della figlia.

Così anche il Perù, pur debole nelle sue organizzazioni e movimenti sociali, a partire dagli indigeni, numericamente importantissimi ma non ancora capaci di incidere politicamente, come è avvenuto in Bolivia ed Ecuador, ha trovato uno scatto di orgoglio e ha scelto il nuovo.

Il nuovo che dovrà costruire quasi dal nulla il riscatto nazionale del Perù e creare uno Stato più equo e rispettoso dei poveri e delle popolazioni indigene. Uno Stato ricco ma ingiusto, con tante caste e interessi stranieri ancora ben afferrati ai privilegi figli di un sistema barocco e basato sulla corruzione diffusa.

La partita si apre oggi, e non sarà facile, con questa fragile ma emblematica vittoria di Humala.

Ad aiutare Humala ci saranno la forza simbolica e la politica reale dei Paesi vicini – Ecuador, Bolivia, Venezuela, ma anche Brasile ed Argentina – orientati verso un riscatto dall’egemonia straniera, nuove forme di riorganizzazione sociale ed un maggior protagonismo delle popolazioni originarie e delle classi più povere; ci sarà anche il possibile risveglio della dignità dei peruviani – dai popoli originari alle classi popolari, al ceto medio stanco della corruzione, alle imprese nazionali fagocitate dai colossi stranieri, ai progressisti umiliati dalla storia degli ultimi decenni – per supportarlo nel promuovere una politica di integrazione continentale capace di diversificare i mercati esteri e di ridurre la dipendenza dall’interscambio asimmetrico con gli Stati Uniti e con gli altri Paesi occidentali.

Il Perù ha deciso di non voler rimanere estraneo al processo di inclusione e democratizzazione in corso in America Latina.

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