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ROMA – Ieri, nella Sala Di Liegro, a Palazzo Valentini, sede della provincia di Roma, è stato  presentato il libro ‘La guerra dell’acqua e del petrolio’, a cura di Gianni Tarquini, Edilet editore, per la collana ‘Rumori’ diretta da Maria Laura Gargiulo. Alla presentazione di questo importante lavoro, quanto mai di attualità, erano presenti, il curatore del libro, Fausto Bertinotti e Patrizia Sentinelli, rispettivamente Presidente della Camera dei Deputati e Viceministra degli Esteri dal 2006 al 2008, e la moderatrice, Cecilia Rinaldini giornalista del giornale radio di Rai Tre, che ha faticato non poco per frenare la passione verbale dei partecipanti.

Il libro si occupa soprattutto di acqua, ma anche di petrolio e della gestione delle risorse naturali in Bolivia ed Ecuador dove i movimenti sociali degli indigeni hanno prodotto una trasformazione politica a difesa della Madre Terra.
È inutile dire che occuparsi di risorse naturali significa guardare anche oltre i paesi andini, oltre il continente Latino americano, pensando a questi rivolgimenti sociali come ad un prototipo di ribellione civile che può servire per il futuro prossimo del nostro pianeta.
Ormai tutti hanno capito che l’acqua è un bene che deve restare comune, anche se su questo bene si stanno giocando gli scenari dei prossimi decenni e verso cui le ‘intelligence’ dei Paesi egemonici hanno già operato mappature planetarie, per depredare acqua e risorse naturali che sono di tutti.

Può suonare strano a noi italiani, che stiamo ancora cincischiando su “acqua pubblica – acqua privata”. che paesi come l’Ecuador e la Bolivia, con le nuove Costituzioni fondate sull’etica del “buen vivir”, e sull’alleanza delle tante diversità presenti nella loro cultura, si propongano di cambiare il paradigma dello sfruttamento delle loro tante ricchezze naturali.
Ancor più sorprendente è ciò che è accaduto il 31 ottobre 2004 in Uruguay dove, con il referendum votato dal 65%  dei cittadini veniva  attuata una riforma della Costituzione che da quel momento avrebbe dichiarato che “il servizio di bonifica e rifornimento di acqua potabile per il consumo umano sarà prestato esclusivamente ed in forma diretta da persone giuridiche di origine statale”. Un caso unico al mondo, dove i cittadini hanno utilizzato uno strumento di partecipazione democratica per dichiarare con forza che l’acqua è un diritto fondamentale e non deve essere trasformato in uno strumento di profitto privato.
Gianni Tarquini, insieme ad altri studiosi di tematiche sociali e antropologiche indigene di fama internazionale, Xavièr Albó, Mauro Cerbino, ricercatori e giornalisti Nadia Angelucci, Margherita Ciervo, Paola Colleoni, Francesco Martone, Tancredi Tarantino e protagonisti diretti

dei fatti Marlon Santi, José Proaño, Omar Fernández, Maya Rivera, in questo libro ripercorre la molteplice realtà dei Paesi andini, la loro rivoluzione civile ed umana, i loro successi e i loro fallimenti. Il quadro d’insieme che ne viene fuori è quello di una popolazione che ha un pensiero in continuo divenire e che ha iniziato da qualche decennio a costruirsi da sé la propria storia.
“Una storia che parla a noi Europei in crisi. Per ricordarci le tante responsabilità che abbiamo avuto e abbiamo in quegli sfruttamenti” come scrive Fausto Bertinotti nella prefazione.
“In questi Paesi – ci ricorda Eduardo Galeano nel Prologo – la maggioranza indigena sta segnando il cammino verso una vera democrazia rispettosa del pluralismo culturale, per troppi secoli tradito, e della sacralità della natura, per troppi secoli profanata”.

Una realtà complessa e solo apparentemente lontana dalla nostra civiltà eurocentrica che sembra aver perduto sia la capacità di comprendere fenomeni, come quello della ridistribuzione della ricchezza, sia il contatto simbiotico con la terra che ha permesso ai popoli del Sudamerica di intraprendere una lunga marcia per un obbiettivo di giustizia sociale, vale a dire la conquista per tutti di quello che ormai viene chiamato il bene comune: l’acqua e tutte le risorse naturali, che appartengono in primo luogo ai nativi.
Guardando queste rivoluzioni in divenire dovremmo imparare di nuovo il significato del rapporto profondo con quella che i Greci chiamavano gè-meter, la Madre Terra, che per i popoli andini è Pacha Mama, divinità venerata ancora in tutta la dorsale andina. A Cuzco, come in tutto l’altipiano delle Ande, ancor oggi è normale vedere gli abitanti, durante i pasti all’aperto, gettare in terra qualche briciola di pane e un po’ di birra: sono per Pacha Mama.

Noi ci siamo scordati di ‘venerare’ la terra e l’acqua, i nostri nuovi dei sono esseri eterei, che vivono nell’empireo raggiungibile solo con credenze astratte che annullano la natura. E non è un caso che la Chiesa cattolica, ora attraverso la longa manus dell’Opus dei, è, ed è sempre stata, dalla parte del capitale che depreda i latino americani delle loro ricchezze naturali.
Solo in poeti come Neruda, Pavese e altri grandi cantori, ritroviamo la passione per la terra:  “E apertamente dedicai il cuore alla terra grave sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi di amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo grave carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi”, Hölderlin.

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