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TORINO – Il legame tra le cosche e la politica si riafferma con l’operazione “Minotauro”. Un numero esorbitante di indagati: 182 per gli inquirenti che si sono basati anche sulle dichiarazioni di due pentiti: Rocco Varacalli e Rocco Marando.  Un’operazione storica che ha portato al sequestro di beni per un valore di circa 70 milioni di euro.

Che la ‘Ndrangheta si fosse annidata anche nelle Regioni del Nord ormai nessuno può negarlo. Tra i vari accordi e legami delle cosche spunta fuori anche il Piemonte. Ma quando la criminalità concerta nel suo stesso nido, tutto sembra normale, ma quando invece esce fuori dal nido e fa accordi con uomini dello Stato, è li che nasce lo sdegno. Le lunghe indagini degli inquirenti hanno recuperato alla società ben 142 persone arrestate durante la notte.

É stata necessario il lavoro di 1000 carabinieri per chiudere il cerchio attorno a questa folla di criminali tra cui spuntano anche personaggi del mondo politico come i due assessori regionali, Porchietto e Ferrero. Dietro di loro pullulava un teatro di affari milionario che comportava atti illeciti che vanno dall’estorsione al gioco d’azzardo, alla droga. Le indagini sono state guidate dal GIP Silvia Salvadori tra le città di Torino, Milano, Modena e Reggio. Indagini lunghe che hanno prodotto 150 ordinanza di custodia cautelare, 182 indagati, 142 arresti, beni sequestrati per 70 milioni di euro tra cui 10 società, 20 mila euro in contanti, 127 immobili tra ville di lusso ed appartamenti di prestigio, oltre 200 conti correnti, cassette di sicurezza, appezzamenti di terreni edificabili e automezzi per il trasporto merci.

Questo Maxi blitz si pone come una scure sulla fiorente ‘Ndrina piemontese che vedeva secondo i pm “un’organizzazione imponente con centinaia di affiliati tenacemente e capillarmente radicata nel territorio”.
Gli inquirenti hanno disegnato in modo molto accurato gli affari dell’organizzazione che si dirama sul territorio attraverso moltissime attività illecite come il traffico di stupefacenti, estorsioni e gioco d’azzardo. Un’organizzazione all’avanguardia, profondamente infiltrata nell’economia locale e nell’edilizia. Nella zona nord di Torino la ‘ndrangheta ha un pieno controllo del territorio.
Centinaia gli affiliati delle cosche in quelli che vengono chiamati “locali” e che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, in Piemonte sono circa nove: il locale di Natile di Careri a Torino, Courgné, Volpiano, Rivoli (chiuso), San Giusto Canavese, Siderno a Torino, Chivasso, Moncalieri, Nichelino. A questi si aggiunge il “Crimine”, gruppo che si dedica alle azioni violente, e la cosidetta “bastarda”, gruppo distaccato a Salassa (To) e non autorizzato.

Un’organizzazione così florida è potuta prosperare sulla paura dei cittadini e sul consenso politico. I referenti politici in Calabria e Piemonte fanno interamente riferimento a Giuseppe Catalano, definito anche “responsabile provinciale”. I politici locali invece accettano i voti forniti dal criminale di turno che in cambio riceve favori di vario tipo. “Non a caso gli accordi si tengono prima delle elezioni”, notano i pm.

Ci sono anche nomi di politici non indagati ma coinvolti nell’inchiesta come Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (Pdl ) della giunta regionale di Cota. L’assessore regionale Porchietto (Pdl) ha frequentato la zona in prossimità del bar di Giuseppe Catalano in Via Vegli a Torino, ma si trattava del periodo immediatamente precedente alle elezioni provinciali del giugno 2009, una coincidenza? Di certo c’è che la Porchietto era candidata alla poltrona di Presidente della provincia. Nello stesso bar Claudia Porchietto incontra anche il proprietario (Catalano) e Franco D’Onofrio, considerato il padrino del “Crimine” di Torino.
Ma la Porchietto non è l’unica, insieme a lei tra i nomi dei politici citati nell’inchiesta c’è Caterina Ferrero (Pdl), assessore alla Sanità della giunta Cota, che qualche giorno fa ha consegnato le deleghe dopo esser stata raggiunta da un avviso di garanzia per turbativa d’asta. Il nome della Ferrero è legato ad una vicenda del 2005 quando Vittorio Bartesaghi, indagato per concorso in tentata estorsione, avrebbe propagandato la sua candidatura al cospetto di Adolfo Crea, già noto alle forze dell’ordine perché pluripregiudicato e indicato come responsabile del “Crimine” di Torino. Bertesaghi avrebbe poi promesso a Crea cospicui guadagni su lavori pubblici.
Tra gli altri politici non coinvolti nelle indagini ma citati nell’inchiesta annoveriamo Paolo Mascheroni, sindaco di Castellamonte; Antonio Mungo, candidato al consiglio comunale di Borgaro (To) nel 2009 e sostenuto secondo l’indagine da Benvenuto Praticò, indicato come appartenente al “Crimine”; e infine Fabrizio Bertot, candidato nel 2009 al Parlamento europeo e attualmente sindaco di Rivarolo Canavese ed anche lui ex frequentatore del Bar di Catalano.

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