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DAMASCO – «Oggi o domani potrebbe essere l’ultimo giorno per me. Oppure domani potrebbe essere il primo giorno della nuova Siria. Ben Ali se n’è andato, Mubarak pure, e pare sia finita anche per Saleh. Assad non ha ancora molto tempo e prevedo di vederlo andar via». Così domenica scriveva nel sul blog Amina, la blogger, voce libera nella Siria della rivoluzione dei Gelsomini.

Il giorno dopo, lunedì, però, Amina Arraf, più nota come Amina Abdallah – lesbica doppia cittadinanza, siriana e americana, la blogger, è diventata negli ultimi mesi un’inconsueta eroina della rivolta in Siria -., «è stata rapita» da «tre ventenni armati», secondo un messaggio pubblicato dalla cugina sul blog: le hanno tappato la bocca, l’hanno costretta a salire su una vecchia Dacia Logan rossa. Da allora, non ci sono notizie.
Il sequestro di Amina non fa che confermare l’ingresso in una fase nuova e più dura del confronto tra il regime di Assad e il movimento.

 

Amina trentasei anni, musulmana osservante – scriveva sul blog: «Mi considero una credente e una musulmana: prego cinque volte al giorno, digiuno al Ramadan e mi sono persino velata per un decennio – scriveva -. Credo che Dio mi abbia fatta come sono e rifiuto di credere che Dio commetta errori» – ; insegnante di inglese, a febbraio crea il blog «A gay girl in Damascus» (una ragazza gay a Damasco), dove ha pubblicato poesie erotiche, racconti franchi e a volte buffi dei suoi innamoramenti e sul rapporto aperto con il padre: «Deve pensare che sia meglio una figlia lesbica piuttosto che etero e promiscua». L’omosessualità è illegale nel Paese. «È dura essere lesbica in Siria ma di certo è più facile essere una dissidente sessuale piuttosto che politica», ha scritto.
«Se riusciamo a uscire allo scoperto in modi diversi, gli altri potranno seguire il nostro esempio», rifletteva. E ancora: «Devo fare qualcosa di coraggioso e visibile. Io posso, perché ho doppia cittadinanza e parenti con ottimi contatti politici».

Era tornata in Siria nell’estate 2010 e sul suo blog raccontava la vita di una ragazza lesbica in Siria, dove esserlo è considerato un reato come in gran parte dei Paesi arabi. Nell’introduzione del su blog, Amina disse di essersi ispirata al fatto che “il vento del cambiamento sta soffiando sul Medio Oriente”: “È in corso una rivoluzione e tutti noi vogliamo vedere rivoluzionato ogni aspetto della nostra società, vogliamo che si ripensi non solo come gli Stati vengono governati ma anche il ruolo delle donne in queste società, il diritto all’autonomia sessuale e sì, anche il diritto a sposare chi amiamo”.
Sami Hamwi, giornalista siriano del sito Gay Middle East dice di dubitare che un cambiamento politico possa migliorare i diritti omosessuali. Secondo il giornalista il post di Amina: “democrazia in Siria e maggiori diritti per i gay vanno nella stessa direzione”, è pieno di frustrazione nei confronti dell’Occidente:
«Ci siamo abituati (si riferisce alla comunità LGBT, ndr) ad essere usati nella retorica di chi vuole la guerra, l’occupazione, l’esproprio e l’apartheid, come “prova” che la gente primitiva del deserto non merita altro che essere uccisa dai figli illuminati dell’Occidente; abbiamo visto usare questa storia per sostenere la necessità di uccidere gli afghani nei loro villaggi, i rifugiati palestinesi, gli iracheni e così via».

 

Dallo scoppio delle proteste anti-regime nel marzo scorso e con la conseguente espulsione di gran parte dei giornalisti stranieri dalla Siria, il blog di Amina è diventata una delle fonti di notizie per la stampa internazionale.
I suo post si erano fatti sempre più diretti e aggressivi e domenica ad esempio scriveva: “Devono andarsene, devono andarsene subito. Non c’è altro da dire”.
Da un mese Amina viveva nascosta, dopo aver ricevuto avvertimenti e minacce. La sua partner Sandra Bagaria, intervistata in Canada dal New York Times, ha raccontato che Amina “ha vissuto in quattro o cinque appartamenti in quattro o cinque diverse città” da quando due giovani si sono presentati in casa sua a Damasco qualche settimana fa.
“Amina si svegliò nel mezzo della notte e vide suo padre parlare fuori di casa con due giovani di circa vent’anni. Penso che stessero solo eseguendo ordini, non sapevano cosa stessero facendo”. Quella notte gli agenti lasciarono in pace Amina, ma “da allora fummo sicure che sarebbero tornati per lei, era solo questione di tempo”. Infatti tornarono, mentre lei era in un internet cafè ad aggiornare il blog.
Ora il web dove l’attivismo di Amina è nato sta rispondendo con una campagna massiccia per la sua liberazione. Una pagina su Facebook e l’hashtag #freeamina su Twitter sono i canali su cui a centinaia già si stanno mobilitando: “Ora la cosa più importante è che la notizia si diffonda”, scrive la Bagaria. “È la nostra unica speranza”.

In un aggiornamento sul blog, la cugina di Amina racconta di essere stata al telefono con i genitori della ragazza che non ne hanno notizie e stanno disperatamente cercando di capire dove sia stata condotta.
“Purtroppo ci sono almeno di 18 diverse polizie in Siria, oltre a bande e gruppi paramilitari. Non sappiamo chi l’ha presa e dunque a chi chiedere il suo rilascio. È anche possibile che stiano cercando di deportarla. Da altri membri della famiglia che sono stati imprigionati, possiamo supporre che sarà rilasciata presto. Se avessero voluto ucciderla, lo avrebbero fatto subito. Almeno, questo è ciò che speriamo e per cui preghiamo”.
Concludiamo con le parole di Amina:
« Non lascerò che mi usino come pezzo di propaganda contro la democrazia. Io prima di tutto credo nel mio popolo e, anziché condannarlo, voglio che sia libero. Alcuni mi odieranno, altri mi lanceranno insulti, la maggioranza mi ignorerà. Ma saranno liberi. Basta dittatori, basta occupatori. Liberi».

 

 

 

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