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ROMA – Un percorso di stampe e documenti inediti, per testimoniare il periodo romano di una delle fotografe più influenti del Novecento: Francesca Woodman. In mostra al museo del Louvre di Roma (In Via della Reginella 26) fino al 19 giugno, 77 opere inedite tra foto, lettere e altro materiale, datato tra il 1977  e il ‘78. Un periodo intenso, quello dell’artista americana nella capitale, segnato da sperimentazione, importanti incontri e dalla sua prima esposizione fotografica.

Figlia di artisti, la Woodman frequentò a lungo il Belpaese, intrattenendo rapporti di lavoro e d’amicizia con molti artisti e intellettuali e con gli ambienti della Transavanguardia Italiana. Una carriera precoce, cominciata all’età di appena 13 anni  e proseguita senza sosta per i successivi nove, periodo sufficiente a creare un universo stilistico capace di lasciare un’impronta nell’intera fotografia del XX secolo.

Oggetti che affiorano dall’oscurità, corpi nudi, apparentemente privi di volto e di personalità, oggetti dispersi: è un universo che lascia poco spazio alla denotazione quello dell’artista. La pellicola è solo uno squarcio su una realtà “altra”, uno spiraglio aperto su voragini e traiettorie interiori che ci obbliga a scavare nelle immagini, ignorando la scorza di ciò che viene riflesso. Il corpo dell’artista è spesso presente, un corpo nudo, senza volto, che tende a fondersi con il contesto e diventare significante simbolico di una rivelazione. Ne deriva un vero e proprio gioco di specchi che non riflette mai l’interezza del corpo: divenendo così metafora vivente della ricerca di una personalità. Un senso di ricerca che sembra affiorare costantemente, a partire dall’omaggio a Max Klinger, nella serie di fotografie “Storia del guanto”, con l’oggetto che diventa il simbolo dell’inafferrabilità e della liquidità del desiderio e delle nostre pulsioni.

C’è qualcosa che non torna nella fotografia della Woodman. Qualcosa di  familiare e alieno nello stesso tempo, che affiora per un istante dai fotogrammi, con una forza e vitalità prorompente,  per poi arrestarsi davanti ai nostri occhi, costringendoci a spalancarli. Un enigma che chiama a raccolta tutti i nostri sensi, allontanandoli dai facili processi di significazione a cui ci ha abituato un secolo e mezzo di immagini riprodotte. C’è una donna e un’artista che ci chiama nell’altro lato dei fotogrammi, a  dare un volto agli spazi che compongono i nostri desideri e le nostre vite, che ci chiama ad approfondire il suo mistero con forza espressiva e sensualità travolgenti. Una forza espressiva arrestatasi all’età di appena 22 anni, quando Francesca si suicidò gettandosi da palazzo di New York.

“La forza che attraverso il calamo sospinge il fiore/ E’ quella che sospinge la mia verde età/ Quella che spacca le radici degli alberi/ E’ la mia distruttrice” scriveva Dylan Thomas in uno delle sue poesie più celebri. Parte di quella forza è forse visibile nel mistero di quegli scatti.

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