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Convegno “Dove va l’Italia”. Dalla classe politica niente contro la crisi

RIMINI – Rampolli bresciani bevono mojito dentro un secchiello da spiaggia, musica tunz-tunz, uno di loro urla “brindiamo al cinese con gli occhi a mandorla, devo chiudere per 10mila euro”, l’altro “extracomunitario vai via”. Happy hour, Perla dell’Adriatico, Riccione. Poco distante Alfano, ministro della Giustizia, Raffaele Bonanni, segretario Cisl, e senatori vari disquisiscono invece su come non fare niente contro la crisi.

Convegno: “Dove va l’Italia”, svariati gli ospiti in platea, un centinaio fra consiglieri, assessori, presidenti di provincia. E ringraziamenti per non essersi recati al mare in luogo di esserci, in questa calda giornata di prima estate. Quindi lavori aperti. Bonanni, retorica sindacalista imbalsamata, povertà lessicale suadente, facendosela tirare con le pinze cerca di far intendere qualcosa ai cronisti delle più note e conflittuose agenzie di stampa italiane. Riferisce dell’incontro con Tremonti e della “grande” manifestazione di sabato, cui il ministro avrebbe voluto presenziare, ma che non era benvenuto: “i poltici da noi non devono venire”.
Determinazione sulla riforma fiscale, il sindacalista ne chiede una che sia “integrale, non parziale”, con aliquote meno “pesanti”. Tremonti gli ha fatto orecchio da mercante. Poi le volontà: “vogliamo i pesi nostri più distribuiti sugli altri, perchè noi paghiamo le tasse”, e in più c’è la necessità di ricorrere all’iva, quindi “aggravare l’iva sui beni di lusso”. Sulla fraternità fra i sindacati Bonanni ha invece auspicato più “accordi”, quando ci saranno “saremo tutti insieme”. Poi il segretario è corso dentro al Palazzo del turismo ricccionese a dibattito con Enrico Cucchiani, presidente di Allianz Spa. Unico uomo di azienda intervenuto alla tavola rotonda, spende parole per i giovani che “daranno un giudizio su ciò che si è fatto nei confronti della crisi”, poi i numeri: 30, 120, 48, 87.

Il 30% di disoccupazione giovanile e il 120% del debito pubblico sul Pil – in Grecia nel 2009 era al 119%. Italia al 48° posto nella classifica per competività economica e 87° per libertà economica. Il 90 ci sta tutto, “la paura”. Debito pubblico da 1890 miliardi di euro, il costo del mutuo Italia è circa del 6%, e solo con l’aumento di punteggio dello spread si parla di 19 miliardi l’anno. Insomma la manovra da 40 miliardi di Tremonti, spiega Cucchiani, non servirebbe a un fico secco. Meglio abolire le provincie “14 miliardi l’anno”, e cambiare governance, lascia intuire il manager auspicando un “miglioramento della classe dirigente nel pubblico e nel privato”. Per cui maggiore trasparenza, rispetto del prossimo e etica del lavoro, meritocrazia, cose insomma invalse da sempre dentro al Pdl.

Segue l’incontro fra Alfano, Flavio Tosi, sindaco di Verona, Latorre, senatore Pd, e l’onorevole Fioroni, anche lui in minoranza. Modera Maria Teresa Meli, giornalista del Corsera che saluterà al termine del dibattito il Guardasigilli baciandolo. Smack, smack.
“Il Paese attraverso la crisi: uno sguardo al futuro”, è il titolo del panel. Il buio. “Sono assolutamente favorevole alle intercettazioni perchè servono a scoprire i criminali” -ma va-  “non è giusto che vengano pubblicate quando ledono l’onorabilità di una persona che non c’entra nulla con l’inchiesta”, applausi. Alfano esordisce perciò con la questione intercettazioni, imboccato fra l’altro dalla giornalista che riferisce al ministro della proposta di legge del Pd ricalcata sul ddl Mastella dai tempi di Prodi. No problem, Alfano ha il suo: “abbiamo un testo che fa la navetta tra la Camera e il Senato ormai da tre anni, abbiamo intenzione di proseguire su quel testo”, ma le aperture di “Bersani sono interessanti”. Visto mai. Il senatore Latorre sembra spezzare una lancia per un minimo di coerenza nel Pd: “le intercettazioni non sono la priorità”, salvo poi però dire che rivoterà il rifinanziamento della missione in Libia, perché la politica estera non può dipendere dai dissidi interni. Il ministro della giustizia, incredulo, di lì a poco si soffierà il naso e si asciugherà la fronte con lo stesso fazzoletto. Primarie. Nel Pdl “non abbiamo bisogno di convocare il nostro popolo per stabilire che il nostro leader è Berlusconi”. Chi pensava alla Carfagna?
La parola passa anche a Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, che non manca di calcare la mano sui dissidi Maron-bossisti: c’è una dialettica interna al partito, Bossi decide. Il tutto svanirà con metafore da pescheria, la giornalista chiede ad Alfano come rispondere a D’Alema che lo apostrofa “delfino” e lo avvisa a stare “attento ai capi quando i capi sono degli squali”. Alfano se l’era preparata, risposta immediata: “in politica è meglio non affidarsi ai cetacei”. Qui “Dove va l’Italia”, Riccione.

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