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Attacco all’alba in Val di Susa. Fallita la concertazione democratica sulla Tav

ROMA – La cronaca è ormai più che conosciuta. Le forze dell’ordine sono intervenute all’alba di questa mattina per sgombrare le resistenze e aprire il cantiere per la Tav in Val Susa.   Altrettanto conosciute le conseguenze che parlano di numerosi feriti tra poliziotti e manifestanti. Il blitz è stato ordinato sulla base della convinta priorità della costruzione dell’opera.

La domanda che da più parti è stata sollevata riguarda l’uso della forza, dei manganelli e di quant’altro possa affermare una presunta ragione.  A dimostrarsi preoccupato e contrariato dell’accaduto ma soprattutto riguardo ai metodi usati non è certo uno dei soliti detrattori dell’operato delle forze dell’ordine né dello stato di diritto, ma bensì Antonio Di Pietro, ex magistrato e presidente dell’Idv. “Nella scelta tra fare le infrastrutture e farle a manganellate, afferma lo Stesso, stiamo sempre senza se se senza ma dalla parte del rispetto dei diritti fondamentali delle persone”.  “Questo ci porta a preferire mille volte di andare con il mulo piuttosto che con il manganello sulle teste dei cittadini”.

La questione è annosa e spinosa. Si parla di finanziamenti europei già ricevuti all’epoca delle Olimpiadi di Torino (Chiamparino… se ci sei batti un colpo!) ma a quanto sembra non sufficienti (se ci sono ancora?!) a coprire i costi dell’opera. Il sindaco di Chiomonte, Renzo Pinard, è stato lapidario non mancando di sottolineare che “pensare che si potesse risolvere questa situazione con il dialogo significava essere eccessivamente ottimisti: i margini di trattativa erano inesistenti”.  E così è stato. Non siamo però in presenza di uno sparuto gruppo di “filo-questo” o “filo-altro” ma bensì di Cittadini, degli abitanti di quelle zone dove sono state sollevate domande e preoccupazioni di non poco conto. Quando le parole lasciano posto all’uso della forza non si parla più di fare un’opera condivisa e per il bene comune ma dell’imposizione di una scelta che è stata dichiarata insindacabile.  Dura la presa di posizione della Fiomm che con Cremaschi ha dichiarato la netta contrarietà ad una “soluzione militare decisa dal governo e dalle istituzioni piemontesi che non porta da nessuna parte”. Non si agisce contro un intero popolo, lo sciopero generale della Val Susa è solo l’inizio di una mobilitazione che continuerà e che alla fine riuscirà a farsi valere”.

Le posizioni politiche sono precise e discordanti; se da una parte c’è quella del Governo che attraverso il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha prontamente dichiarato come “Lo Stato non possa  assolutamente arrendersi di fronte a dei protestatari, visto che la Tav è considerata una priorità”.
Basta però scorrere l’agenda per trovare il parere contrastante del governatore della Puglia, Nichi Vendola, che ritiene “inaccettabile l’idea che al dissenso legittimo delle popolazioni si debba rispondere con la violenza, con la repressione”. Secondo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, quello che è accaduto stamane in val di Susa “si tratta di un successo puramente militare, indegno di un paese civile, che non sposta di una virgola il problema politico e cioè che la maggioranza della popolazione della valle è contraria a quest’opera dannosa per l’ambiente e assurda per le finanze pubbliche, visto il costo di 20 miliardi della stessa”.
Sarebbe significativo interrogarci anche su aspetti non chiari come quello rappresentato dall’incontro che si è tenuto a maggio del 2011 a palazzo Chigi quando l’esecutivo chiamò al tavolo delle trattative sulla Tav solo le amministrazioni favorevoli allo stesso progetto. Eppure stiamo attraversando una fase politico-sociale in cui il Cittadino ha dimostrato la sua volontà di partecipare alle scelte, e il dato politico emerso dall’ultimo Referendum ne è la riprova. Viviamo in un’epoca di guerre, abbiamo visto il fallimento di ognuna di queste e viene da chiedersi se non sia ora di riflettere attentamente sul metodo con il quale si affronta il dissenso; una repubblica democratica non può prescindere dall’impegnarsi a farlo.

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