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Le donne di Budrus: un vagito di pace palestinese. La recensione

ROMA – Ieri sera presso il Cinema Farnese-Persol, in Campo dei Fiori, è stato proiettato proiettato per la prima volta in Italia ‘Budrus’ di Julia Bacha, pluripremiato documentario sulla resistenza non violenta di donne e uomini del villaggio palestinese di Budrus, in Cisgiordania.

Oltre alla regista erano presenti Abdallah Abu Rahme dei Comitati Popolari Palestinesi e Luisa Morgantini, già VP. del Parlamento Europeo, che hanno poi animato una appassionata discussione.
La regista Julia Bacha, scrittrice ed editrice di “Control Room” che va in onda sul canale news in arabo Al Jazeera, ha creato questo film-documento eccezionale utilizzando materiale tratto dal girato degli attivisti, dai resistenti nel pieno della battaglia, e dai giornalisti israeliani, i quali avevano maggior libertà di movimento, per raccontare la lotta non violenta portata avanti soprattutto dalle donne di Budrus, piccolo paese di confine tra Israele e la Cisgiordania. A Budrus le donne sono state e sono protagoniste della lotta pacifica per salvare i territori palestinesi dalle mani adunche del potere israeliano che non si fa alcun problema nello sradicare uliveti secolari, che non solo sono l’unico sostentamento economico per la popolazione, ma anche la loro storia e la loro identità di appartenenza.

Il film documentario fa vedere al mondo intero come il popolo di Budrus ha lottato, pacificamente. Guidato da un team padre-figlia, ha unificato le fazioni politiche palestinesi in lotta, portato le donne palestinesi da dentro le loro case a manifestare per resistere alle ruspe e alle truppe armate e ha invitato gli attivisti israeliani che si sono poi uniti alla protesta a fianco dei palestinesi. E questa vola la ribellione, proprio per la sua caratteristica di pace portata avanti dalle donne, dopo 10 mesi di lavoro incessante e disciplinato si è trasformato in un successo insperato: i militari israeliani hanno deciso di modificare il tracciato della barriera intorno alle loro terre senza dividerle.
La loro vittoria pacifica divenuta un documentario che dal 2009 sta girando per il modo intero con successo di pubblico – il cinema Farnese era pieno ieri sera – e di critica, è divenuta un segnale di speranza che ha contaminato le popolazioni di altri villaggi della Cisgiordania i quali adottando la stesa prassi di lotta stanno avendo dei risultati sorprendenti. Il ‘caso’ Budrus, ha ispirato le lotte che sono seguite a Bil’in, Ni’ilin, Nebi Saleh e in altri villaggi dove oggi ci sono regolarmente marce pacifiche alle quali partecipa un meticciato culturale composto di donne , ragazzi, e uomini, palestinesi, israeliani, europei, asiatici, americani ecc..

Purtroppo questa lotta pacifiche anziché placare la ferocia dei soldati israeliani l’ha aumentata. I politici al governo, come testimonia nel film l’ex agente di polizia di frontiera israeliana Yasmine Levy, tengono sotto pressione l’esercito perché imponga, con la forza delle armi, il suo volere. “La non violenza è pericolosa per la cultura dell’occupazione – ha detto in un’intervista Ali Abu Awwad, attivista non violenta palestinese – L’esercito usa la paura, e la non violenza toglie la paura”.

Nel film, il gendarme di frontiera Yasmina, è un invisibile filo di Arianna che tiene ancora legato il soldato robot all’umano. Con questo personaggio reale la regista portoghese, forse inconsapevolmente, mostra la complessità dell’essere umano che in quanto tale non può essere monolitico e quindi intrasformabile. Quando, ormai smessi i panni militari, si autodefinisce come colei che era stata un ‘robot’, mostra un’incrinatura della sua corazza caratteriale che l’aveva portata anni addietro a picchiare ragazzi, uomini e donne inermi. È l’immagine di una crisi che potrebbe portare ad una trasformazione interna, unica possibilità di vedere i palestinesi come esseri umani uguali a sé, e quindi di uscire da una percezione delirante che annulla l’umanità dell’altro.

Il popolo ebreo è stato vittima, con la shoah, della pulsione di annullamento dei suoi persecutori che li aveva culturalmente trasformati in ‘insetti immondi’ e poi schiacciati come ‘insetti immondi’. Sei milioni di esseri umani sono andati ai forni crematori quasi senza ribellarsi, e chi non si ribella si identifica. Come scrive Hanna Arendt le liste di chi doveva salire sui treni della morte venivano mano a mano compilati dai maggiorenti ebrei. Tutto questo e il fatto di credere di essere l’unico popolo ad avere un patto con il dio monoteista pesa come un macigno sulla loro percezione della realtà umana chi non è ebreo.
Come ha detto ieri sera Luisa Morgantini, lo stato di Israele è un paese che sta implodendo a causa di leggi liberticide che fiaccano la vitalità psichica degli israeliani. Pochi giorni fa il parlamento ha varato una legge che vieta persino di dichiarare pubblicamente opinioni che vadano contro gli interessi dello stato di Israele.
La storia ci ha insegnato che gli stati che non hanno come valore supremo la libertà dell’essere umano, sono destinati a svanire. Ora il governo Israele per mantenere un’occupazione che perdura da 44 anni è intenzionato a punire i propri figli migliori, che sono coloro che credono nella pace e nella giustizia sociale. Senza di loro Israele è sulla strada per creare una società di robot, e quindi è destinato al fallimento.

 

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