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Palestina. Dopo il blocco via mare ora quello aereo

ROMA – Mentre gli attivisti della Freedom Flotilla continuano a lottare esasperati, per riuscire a partire dal mare della Grecia verso Gaza, un altro gruppo informale è in arrivo tra oggi e domani all’areoporto Ben Gurion di Tel Aviv (oggi oltre 200 bloccati negli aeroporti europei e tre arrestati) per partecipare all’evento “Benvenuto in Palestina”. Circa 600 donne, uomini e bambini (di cui più della metà con cittadinanza francese) si sono mobilitati per raggiungere la Cisgiordania, in risposta all’appello di 15 organizzazioni palestinesi della società civile.

L’obiettivo è dimostrare che di fronte all’ incapacità del mondo occidentale di reagire al razzismo di Stato e alle politiche di Apatheid israeliane, esiste una società civile pronta a mobilitarsi pacificamente ed in maniera non violenta per dare sostegno morale, ma anche fisico, alle popolazioni palestinesi oppresse dall’occupazione militare e umiliate dalle politiche di segregazione. E’ soprattutto una protesta contro i limiti imposti da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. Da notare che gli attivisti in ingresso nell’ aereoporto Israeliano, ai check-point d’arrivo (molto rigidi, severi e diffidenti) stanno dichiarando di essere diretti in Palestina. Cosa che ha un forte senso simbolico visto che chi arriva in Israele ed è diretto in Palestina è costretto a dichiarare il falso (turismo, pellegrinaggio, ecc) vista la riluttanza di Tel Aviv ad accettare pericolosissimi terroristi filo-palestinesi.
Tanti i mezzi utilizzati da Israele per fermare gli oltre 600 attivisti. Una lista nera di 347 nomi, ed una lettera del Ministero degli Interni di Israele indirizzata a tutte le compagnie aeree per chiedere di “non imbarcare i radicali pro-palestinesi” sui voli diretti a Tel Aviv. Invito prontamente accolto dalla maggior parte delle compagnie aeree. Un centinaio di attivisti sono stati bloccati all’aeroporto Charles de Gaulle (Parigi) dalla compagnia ungherese Malev e da quella tedesca Lufthansa. Altri non sono stati fatti imbarcare negli aerei dell’EasyJet a Genova e Ginevra.

Il 6 Luglio Netanyahu aveva dichiarato che “Ogni stato ha il diritto di impedire l’ingresso di provocatori all’interno dei propri confini. Come stato democratico sovrano, Israele non permetterà a questi hooligans di fare propaganda, fomentare proteste illegali e minare la pace del paese. Li rispediremo al loro paese di provenienza, secondo le convenzioni ed il diritto internazionale” aveva rincarato il ministro della sicurezza pubblica Yitzhak Aharonovitch. Ricordiamo ai lettori le abilità pindariche e giocoleristiche che Israele sviluppa quando si parla di diritto e convenzioni internazionali: abra cadabra e il diritto internazionale scompare quando prende voce contro le occupazioni, gli abusi e le violazioni di diritti umani, abra cadabra e il diritto internazionale ricompare per bloccare pacifici attivisti internazionali in soccorso a crisi umanitarie.

Intanto procede stoicamente l’impresa di chi ancora crede nella Freedom Flotilla. Oggi la nave greco-svedese “Juliano”, dopo aver pazientemente risolto tutti i problemi burocratici, addotti come giustificazione dalle autorità greche per fermare la nave, è riuscita ad entrare in acque internazionali in rotta verso Gaza, muovendosi lentamente in attesa dell’arrivo delle barche canadese e francese. La nave “Juliano” come tante altre era stata oggetto di sabotaggi e, dopo estenuanti trattative, aveva ottenuto il permesso di salpare dalla Grecia. Poi, anche il primo tentativo di partire per raggiungere la Striscia di Gaza era stato bloccato, sempre dalle autorità greche. Mercoledì era stata invece la nave francese Dignité-al Karama a rompere il blocco greco. A bordo della nave da diporto 3 uomini dell’equipaggio e 8 passeggeri, tra cui il leader della sinistra francese Olivier Besancenot, l’eurodeputata ecologista Nicole Kill-Nielsen, Anick Coupé, la portavoce dell’Unione sindacati Solidai

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