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Amy Winehouse, un’emozione continua. La lettera di una lettrice

ROMA – Ho conosciuto la voce di Amy Winehouse circa quattro anni fa, mi aveva profondamente colpita. Ho comprato subito il suo disco Back to Black e l’ho ascoltato infinite volte, imparandolo quasi a memoria.
La sua voce era struggente, faceva vibrare il corpo. Era un’emozione continua.

Qualche anno fa ho seguito il concerto live dato in onore di Nelson Mandela a Londra. Grandi artisti sulla scena, ma lei, nonostante non fosse proprio sobria, li sovrastava tutti. Era fuori da ogni circuito commerciale, fuori da ogni banalità.
Grande talento naturale, donna, ribelle. Come poteva cavarsela in un mondo così drammatico? Certo che i suoi vuoti affettivi non potevano essere colmati da gente che non cercava altro che spremerla più possibile.
Un’unica voce si era levata a cercare di tenderle una mano: Annie Lennox le cui parole sono state testualmente:  “wish somebody could stop everyone taking pictures of her and get her out of the spotlight. I want to see her healthy, not wrecked….”.
La cosa mi aveva fatto felice e coltivavo la speranza che ce la facesse a risalire la china. Infatti dopo poco tempo leggevo sui giornali che era partita per le isole caraibiche dove cercava di disintossicarsi.
Per un po’ non ci sono state notizie su lei ma poi , di nuovo, le sue immagini malate, sfatte, che i giornalisti perversi ci presentavano senza pudore e la mia rabbia e impotenza nel vedere una giovane artista così drammaticamente persa, fino al terribile epilogo finale.
Una cosa mi aveva sconvolta poco prima della sua fine, la notizia  che era stata accusata dall’ex marito di stalking. Impressionante!
E ancora una cosa: ho letto sui giornali che sua madre, che  le aveva fatto visita il giorno prima della morte, era convinta che la morte della figlia sarebbe stata solo “questione di tempo”!

Licia

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