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Chiara, i cervi e la democrazia, ovvero: il paradosso del potere

In quest’italietta di inizio secolo, che si dimena tra le spire d’una crisi più morale che economica, anche le vacanze – per i pochi fortunati che possono – diventano la conferma del clima di precarietà, del senso di disorientamento e dell’anomia che percorre per intero tutta la società.

Un’assoluta mancanza di regole condivise che rischia, sempre che il percorso sia reversibile, di minare dalla base il futuro del nostro Paese perché inizia a segnare pesantemente anche le nuove generazioni.

Saltato, infatti, il patto generazionale sulla soglia della contapposizione “pensionati-precari”; “giovani produttivi-inutili pensionati” ora, dopo i continui attacchi portati da lor signori alla fonte stessa del diritto e del potere democratico, le giovani generazioni rischiano di passare dall’indignazione al rifiuto netto di qualsiasi regola. Ma non come forma di contestazione rivoluzionaria bensì, semplicemente, come acquisizione acritica del malcostume nazionale diffuso, assunto per acquiescenza al senso comune.

Chiara ha quasi sette anni e ha iniziato a leggere quest’anno per cui, anche durante le sue “meritate” vacanze trentine, non perde occasione per esercitarsi.
“È vietato – compita, quindi, speditamente la bambina, la scritta sul cartello all’ingresso del parco Paneveggio – uscire dal sentiero; appoggiarsi alla rete e dare da mangiare ai cervi”. Regole semplici e assolutamente sensate ispirate all’incolumità degli animali nell’incontro con gli umani.

Figuratevi, ora, il disorientamento di Chiara nel vedere bambini “istigati” da adulti “rincretiniti” dall’inatteso e impreparato incontro con la natura, porgere fette biscottate, biscotti e zuccherini ad una giovane cerbiatta che si era avvicinata alla recinzione. Ma, ancora di più, immaginatevi la delusione e il disagio della bambina – educata al rispetto delle regole come forma massima e concreta di democrazia e di libertà – quando alle sue rimostranze nei confronti dei “coetanei” si è sentita rispondere da una delle “mamme” istigatrici: “Ma non vedi che a loro (i cervi) piacciono?”.

Il resto della giornata è trascorso nel tentativo di spiegare a Chiara che era lei: con il suo rispetto della norma; con il suo richiamo all’applicazione collettiva delle regole e con la sua ostinazione nel richiamare l’errante ad essere nel giusto e non chi, con il suo comportamento, aveva messo in atto, nel concreto, un’azione pericolosamente lesiva, non solo della vita dei cervi.

La riflessione collettiva, fortunamente, ha prodotto l’effetto sperato di confermare la “piccola” nella sua correttezza democratica ma ha lasciato in tutti noi adulti, presenti ala scena, un forte senso d’impotenza e di amarezza.

Entrambi sentimenti legati, da un lato al timore di essere rimasti “in pochi” a credere nella forza rivoluzionaria della partecipazione collettiva e della lotta per l’emancipazione dall’ignoranza e, dall’altro, alla continua constatazione che i nostri connazionali hanno scelto, nella migliore delle ipotesi, l’assuefazione per quieto vivere al potere dei più forti quando, non proprio, l’adesione ad un sistema di oppressione e di arbitrio.

Non si spiegherebbe, altrimenti, come possa essere possibile che un capo di governo accerchiato, che guida un governo in disarmo e disagiato generatore, in un abbraccio mortale e vicendevole, sfiducia e incertezza sia internamente che a livello internazionale, possa ancora pensare di rimanere al suo posto, a scapito dell’interesse collettivo della Nazione e della regola aurea, conosciuta anche da Peter Parker, secondo cui “ad un grande potere, corrisponde una grande responsabilità”.

Ci piange il cuore, dunque, non solo nella verifica dell’abuso di potere e dell’arbitrio che si manifestano, diuturnamente, in ogni attività del nostro paese: dalla incessante richiesta di pizzo per qualsivoglia esercizio dei diritti di cittadinanza; all’attacco alla libera espressione del pensiero che ha portato, nei giorni scorsi, ad un attacco al nostro direttore a cui voglio esprimere tutta la mia solidarietà.

Ma, ancora di più, sono perplesso e depresso, per la povera Chiara, costretta a subire e sperimentare, ancora così giovane, la stupidità dei grandi e l’abuso della forza.

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