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Giornalisti e social network. Si cazzeggia, come sempre…

ROMA – Quasi sempre accettano l’amicizia di chi gliela chiede, sfruttano la loro notorietà e l’impatto che i loro resoconti sui grandi quotidiani provocano nel pubblico. La mattina scrivono “Buon giorno, qui piove a dirotto”, oppure “Provato ristorante polinesiano con ali di razza alla paprika. Stupendi!”. Oppure pubblicano l’elenco delle birre del ristorante di Clint Estwood (notizia fondamentale, evidentemente).

Sono i giornalisti iscritti a facebook, spesso volti della televisione, grandi inviati speciali. Nelle “info” lo scrivono chiaramente: non rompete le scatole con analisi seriose, siate leggeri. Già, perché le “analisi seriose” non vanno fatte sul web ma soltanto sui loro giornali e per i grandi editori. Cosa volete che valga un articolo “serioso” di un blogger dilettante? E a che serve leggerlo?

Facebook copre la loro vanità smodata ma, allo stesso tempo, rinforza il convincimento che il web possa mettere in serio pericolo le loro carriere e i loro stipendi. Ecco che allora nasce l’esigenza di sminuirlo, la “necessità di essere leggeri” e di riservare ai “professionisti” il monopolio delle verità.

Come sempre i giornalisti italiani sono indietro di un paio di decenni rispetto ai loro colleghi americani. Negli Usa, infatti, nessun serio professionista dell’informazione considera in questo modo la rete. Sono sempre di più i “columnist” che aprono il loro blog (in America sono ormai più letti della carta stampata) e nessuno si sognerebbe di sminuirli. Lo “Huffington Post”, nato sul web, è il quotidiano americano più diffuso e chi vi scrive lo fa senza remunerazione eppure nessuno considera questa informazione “dilettantesca”.

Da noi facebook viene citato sulla grande stampa soltanto per tastare gli umori del pubblico, un po’ come la rubrica delle lettere al direttore. E lo stesso blog di Beppe Grillo – uno dei più letti in Europa – che contiene molto spesso notizie mai diffuse dalla grande stampa è considerato come il prodotto di un capocomico.

Il web, sotto sotto, è un pericolo mortale. Potrebbe aumentare il tasso di conoscenza delle persone, cioè incrementare la democrazia. Ma ti rendi conto?

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