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L’Italia del calcio tra diritti… e i doveri?

ROMA – L’Italia calcistica ormai  dimora in un limbo. Si spera sempre che possa essere una situazione di transizione, e che se ne possa uscire fuori direzionando la propria prua, verso orizzonti più azzurri di quelli attuali. È un’Italia, quella del calcio, che reclama a gran voce i suoi diritti, al punto tale da aver fatto saltare la cosa più sacra all’interno dei nostri confini nazionali, la prima gara di campionato! Cosa è successo?

In pratica, i calciatori si sono ribellati ad una norma introdotta nella nuova manovra finanziaria del governo: le società di calcio (così quest’ultime l’hanno interpretata) volevano scaricare sui giocatori il costo di tassazioni straordinarie – quelle appunto decise dal governo – il cosiddetto ‘contributo di solidarietà’. Ma i calciatori non hanno accettato, perché i loro contratti sono considerati al netto e la loro volontà è stata quella di rinviare alle società tale onere.

Alla fine hanno avuto ragione loro, i principali interpreti di questo sport, i calciatori. Ma oltre a questi diritti di carattere economico-contrattuale, gli interpreti dello sport più popolare del mondo rivendicano altri diritti, come quello più semplice – ma anche più “naturale” per un giocatore – ossia giocare con il pallone tra i piedi. Ed essere quindi annoverati tra gli undici che scenderanno in campo la domenica… o il sabato.. o anche il lunedì… a volte anche il venerdì, che campionato!

Insomma, alcuni calciatori reclamano a gran voce (o a versi… ) la volontà di essere veri protagonisti del gioco, e non solo “poltroni” arricchiti. Qualcuno che ormai è sulla scena da più di un decennio, dimentica che è fisiologico, in uno sport ‘sano’, lasciare spazio anche ai più giovani. Qualcun altro però, si impegna e continua a correre e a sudare con professionalità. Altri, vogliono che gli venga riconosciuta l’ormai acquisita popolarità e altri ancora… non fanno niente. Questi ultimi, a volte, non sono nemmeno “vecchietti”, anzi sono giovanissimi e credono che tutto gli sia dovuto; pensano di ottenere credibilità solo perché hanno talento allo stato ‘grezzo’. Credono che basti questo per diventare campioni, potenzialità e proiezioni in un futuro che forse non si realizzerà mai. A questo punto ci si pone una domanda: per un calciatore, dopo i diritti, dove sono i doveri? Ma in fin dei conti che importa, l’arbitro sta per fischiare. Dai che inizia la partita!

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