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Vasco Rossi: ipse dixit

ROMA – Vasco Rossi, domenica 18 ottobre, nel primo pomeriggio, ha  postato un altro dei suoi punti di vista– o deliri a secondo di chi giudica – su Face book. E cosa ci sforna questa volta questo genio della canzone italiana che, per una serie di vaghe lauree ad honoris causa consegnategli da un nutrito gruppo di fedeli, è assurto al ruolo di sociologo, psicanalista, filosofo ed infine teologo?

Ora Vasco ci sforna la sua metafisica del ‘caso’, trasformato religiosamente in destino, e ci avverte che è inutile sfuggire alla morte e sperare che, rifiutando di guidare in stato di ebbrezza, ci si possa salvare la vita e naturalmente salvaguardare anche quella di coloro che stanno con noi in macchina, perché tanto il nostro destino è già scritto.

Dopo aver fatto un piccolo prologo, nel quale avverte i fedeli al ‘verbo vaschiano’ che non si debbono equivocare le sue ‘idee’, si lancia in una apologia della sbornia al volante sottile quanto pericolosa: “E’ difficile, per me, non farmi equivocare. Non voglio qui sostenere che mettersi alla guida un po’ alticci sia una buona idea, ma solo cercare di riflettere meglio sulla questione. Noi cerchiamo sempre una causa; abbiamo sempre bisogno di trovare una ragione: è una caratteristica prettamente umana! Ma, purtroppo, la verità è che spesso gli incidenti e le disgrazie non hanno nessun motivo razionale, sono parte costitutiva della vita, inclusi nel pacchetto dell’esistenza: accadono e basta!”.

Ergo: è inutile perdere l’occasione di guidare ubriachi, o continuare mettere quelle fastidiose cinture di sicurezza, o avere il casco, che impedisce di sentire il vento dell’est sul volto e fra i capelli, tanto se un incidente deve accadere accade, se devi morire muori, le precauzioni sono assolutamente inutili. Questo è il suo credo, a meno che non si è equivocato il ‘verbo vaschiano’.
Alla fine, mosso da un infinità evangelica pietà, Vasco ha continuato scrivendo: “Non voglio assolutamente offendere la sensibilità e i sentimenti di tutti coloro che hanno avuto un parente coinvolto in un incidente stradale mortale: sono traumi e sofferenze di fronte alle quali non esistono giustificazioni o spiegazioni che valgano o che significhino qualcosa!”.

In poche ore poche il nuovo post del rocker ha ricevuto oltre novecento commenti, mentre più di 3.000 persone hanno cliccato ‘mi piace’.

Qualche giorno fa su Dazebao news, nella nostra rubrica ‘Cronache dal sottosuolo’, in un articolo di Giulia De Baudi, si è trattato di creatività artistica e droga. L’autrice del pezzo ha spiegato come l’alienazione religiosa, spesso, spogli l’artista della propria identità umana portandolo sulla strada della droga. Si è parlato anche di Vasco Rossi e del suo amore per le pillole della felicità e della creatività, quindi della sua adesione ad un modello di umanoide, dove la chimica del corpo è l’unica artefice del pensiero e guardiana del male oscuro.
Oggi Vasco, fra le righe parla, non citandolo,  di destino. Questo è un pensiero religioso, che attinge all’alienazione religiosa: credere nel destino significa credere che la propria vita sia già stata scritta, in mente dei, ed è quindi inutile opporsi, perché opporsi significa ribellarsi a colui che tutte vede e ha deciso nella notte dei tempi.
Vasco rossi, da quanto si evince dagli articoli di questi ultimi due mesi e dai suoi post, vive una scissione mentale tra un corpo che, secondo lui spinge chimicamente la mente ai pensieri, e un pensiero religioso che dice che la nostra esistenza non è creata da noi stessi, giorno per giorno, ma è succube del destino.

È chiaro che Vasco Rossi esprime un pensiero egemone nella nostra cultura, impastata ormai più in leggende metropolitane che in un vero pensiero scientifico, lo confermerebbe  il fatto che i suoi post ricevono migliaia di adesioni. Ma il dovere di chi, scrivendo fa opinione e cultura,  è quello di non farne un modello culturale, come si continua a fare anche per altri artisti che sono, o lo sono stati, palesemente dei gravi malati di mente.

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