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Vite imperfette di coppie in saldo. “Ma che bella Ikea”, in scena alla Sala Umberto a Roma

ROMA – Le coppie messe in scena nell’ultima commedia di Gianni Clementi hanno un titolo emblematico “Ma che bell’Ikea”. L’autore, che dalla fine degli anni ’80 si è proposto come alfiere del neorealismo teatrale, mette a confronto spaccati di vita a due nella Roma del nuovo Millennio.

Con uno stile che riprende la migliore tradizione della commedia all’italiana, ci mostra come, in un grande palazzone della periferia capitolina, possano convivere una coppia borghese, di sinistra, apparentemente politically correct, e un’altra coatta, trucida, cattiva. E di destra. Unico comun denominatore l’enorme complesso dell’Ikea, che sovrasta e scandisce la vita e i gusti di entrambi i nuclei familiari. Corredati anche di cani al seguito. Un carlino per la coppia di sinistra e un pitbull per quella coatta, specchio dei vizi e delle psicosi dei loro padroni, come lo Snoopy di Schultz.

 

Con la differenza che il carlino si chiama Savastana in onore di una divinità indiana e l’altro Adolf: come chi aveva fatto dell’Olocausto una ragione di vita. Nonostante i percorsi siano diversi e le estrazioni quanto mai lontane, nell’era dell’omologazione e del conformismo, i quattro antieroi, umiliati e offesi da un’esistenza che si trovano a subire più che vivere, sono immersi nello stesso clima sociale e culturale. A partire dall’arredamento che azzera le differenze, tutto rigorosamente Ikea, per non parlare del programma televisivo che, anche se con reazioni diverse, è sempre lo stesso per entrambe le coppie: “C’è posta per te” della De Filippi. E’ inutile denigrare la televisione commerciale se poi si rimane incollati al televisore senza possibilità di scelta.

 

Ed è proprio in questa impossibilità di essere personali e individuali che si nasconde il dramma della commedia e la cifra di un testo efficace e ben scritto. A dar vita alla nevrotica e perbene Carlotta, in perenne analisi junghiana, con un blocco sessuale conclamato, l’odio per la suocera, la dieta vegana e un desiderio infinito di libertà che lei stessa rifiuta, Paola Minaccioni. Che si cimenta anche nel ruolo di Katynka ex prostituta rumena, ossessionata dai tatuaggi e dalla vasca idromassaggio, che parla un irresistibile romano-rumeno e che in fondo, nonostante i toni urlati, si rivela un’inguaribile romantica. L’attrice, spogliata del linguaggio televisivo, in questa occasione ridiventa corpo e maschera di rara intensità. Donando caratterizzazioni esilaranti e una padronanza della scena che in pochi possono vantare. Doppio ruolo anche per Riccardo Fabretti che risulta credibile e al tempo stesso comico, sia nei panni dell’avvocato progressista Fidel, che in quelli dell’ultrà, tendenzialmente nazista, Marino. La romanità, che fa sfondo alla vicenda, non è mai forzata e diventa esportabile in qualsiasi contesto. La periferia, come spesso accade, parla la stessa lingua in tutte le parti del mondo.

 

Da notare che i due attori, contrariamente alla grande maggioranza dei loro colleghi e, nonostante l’ampiezza della sala, non utilizzano microfoni né collarini, regalando un’ ulteriore nota di realismo. Nonché un esempio di professionalità. Le battute, servite da una mimica straordinaria e dalla regia corporea ed essenziale di Enrico Maria Lamanna, divertono e fanno breccia in chi guarda. Il regista, che ha già messo in scena un altro testo di Clementi, “L’Ebreo” con Ornella Muti, si trova a suo agio nel continuo “agrodolce” che l’autore propone. Esaltando la natura più profonda del copione, con giochi di luce in chiaroscuro, che isolano i personaggi e  ne restituiscono l’umanità  alienata. Altra nota di merito, un utilizzo cinematografico delle proiezioni, con uno schermo esterno alla scena, che ci permette di osservare con un minimo di distanza e oggettività. I continui avvisi Ikea di prodotti in offerta, che costellano i cambi scena attraverso  video proiezioni, martellano con lo stesso incedere impersonale e ossessivo dei centri commerciali. Il più delle volte creando effetti spassosi, altre stranianti. La sensazione che rimane impressa nello spettatore è che le coppie, senza più “effetti personali” siano ormai in saldo, alla stregua di una sedia Bertil a 34 euro e novantanove centesimi. Cose fra le cose.

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