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Il libro. La donna abitata. La recensione

ROMA – “All’albeggiare emersi”, con queste parole inizia il romanzo ‘La donna abitata’ di Gioconda Belli. E queste parole, autenticamente poetiche, hanno il suono della ribellione e rivendicano la nascita e la responsabilità dell’essere.

Solo dopo aver letto il romanzo e la stupenda intervista di A.M. Torriglia, posta in chiusura al libro, si comprende che queste tre parole, che creano un suono epico, sono una estrema sintesi di ciò che l’autrice ha raccontato in una prosa con accenti di grande poesia.

Il romanzo prende spunti, in parte autobiografici, del vissuto dell’autrice all’interno del Fronte Sandinista nel quale ha avuto una parte attiva: “Ho perso molte, molte persone care. Il commando di cui facevo parte, per esempio, era composto da dieci persone, siamo rimaste vive solo in due. Ho perso anche un uomo che amavo molto, Marcos …”. La Belli nasce Managua nel 1949, in una famiglia dell’alta borghesia nicaraguense. Studia in Spagna e negli Stati Uniti. Tornata nel suo paese si specializza in giornalismo e comunicazione ed inizia a lavorare presso alcune agenzie pubblicitarie. Dal 1973 è impegnata attivamente nel Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista e, caduta la dittatura del dittatore Somoza,  torna in Nicaragua dopo un esilio di tre anni, per impegnarsi nella campagna elettorale sandinista, partito dal quale poi ne è uscita delusa e amareggiata: “Sono uscita dal Fronte Sandinista con una poesia. – dice nell’intervista – In realtà non sapevo che quella poesia era una lettera di dimissioni, ma l’ho capito mentre la scrivevo.”

‘La donna abitata’, scritto come un concerto sinfonico, in un crescendo trascinante, narra di una donna, affermata professionista, che, inconsapevolmente, viene ‘abitata’ da un’altra donna, Itzá, vissuta cinque secoli prima e uccisa dai Conquistadores spagnoli. La ribellione di Itzá, la guerriera, rinasce lentamente in Lavinia, la protagonista del romanzo, entra nel suo sangue e apre i suoi occhi che finalmente vedono l’orrore dell’oppressione del ’Grande generale’, e la costringono al ribrezzo verso i suoi sgherri e alla pietas verso chi viene sfruttato dai potenti e ammansito da “l’effetto narcotizzante della religione”. Alla donna delle pulizie, alla quale salva la vita, che andava spegnendosi per un aborto clandestino, Lavinia dice che: ”… le religioni erano state fatte dagli uomini. Non le sembrava ingiusto che la rassegnazione la raccomandassero solo ai poveri?”. Itzá, dall’albero di arance nel quale si è incarnata, osserva ogni giorno la trasformazione della ragazza, e la racconta: “Lentamente, Lavinia ha toccato il fondo di se stessa, raggiungendo il luogo in cui giacciono i sentimenti nobili che gli dei danno agli uomini prima di mandarli a dimorare sulla terra. La mia presenza e stata la lama per tagliare l’indifferenza. Ma dentro di lei esistevano occulte le sensazioni che ora affiorano …”. Sembra di udire la voce di Antigone che antepone alla legge del tiranno Creonte : “… le leggi non scritte degli dei, leggi immutabili che non sono di ieri o di oggi, ma esistono da sempre, e nessuno sa da quando.” Le leggi inscritte nel no della nascita.
E gli occhi di Lavinia che “brillano con lo stupore di chi ancora continua a scoprire” infiammati da Itzá, non vedono solo la tragedia dell’ingiustizia sociale, ma anche il diverso da sé, Felipe, che sarà, fino alla fine, ciò che Yarince il ribelle, fu per Itzá. E sarà un grande amore, difficile e doloroso come sono i veri amori tra un uomo e una donna.

La storia delle due donne si fonde e così i popoli amerindi sterminati dagli spagnoli divengono gli oppressi dalla giunta militare di Faguas, la rivolta che fu di Itzá e Yarince diviene la ribellione di Lavinia e Felipe.
Il romanzo oltre a narrare vicende e gesta eroiche accadute a cinquecento anni di distanza, aiutando il lettore a capire cosa fu la ‘famosa’ conquista del Nuovo Mondo, e gli fa conoscere le vicende dei paesi del Sudamerica del secolo scorso dove la feroce ingiustizia sociale faceva nascere i movimenti di rivolta armata che venivano catalogati, dai giornali occidentali, alla stessa stregua del terrorismo italiano o tedesco degli anni ‘70 e ’80. La verità è ben altra e questo libro aiuta a conoscerla. Zapata, il comandante Marcos, il Che, non erano i nostri deliranti terroristi, essi lottavano per la vita stessa dei popoli.  Il movimento peruviano dei Tupamaros doveva il suo nome all’ultimo comandante Inca che lottò contro gli spagnoli, Tupac Amaru, e le statue che lo ricordano ora si ergono nelle piazze andine al posto di quelle dei conquistadores che uccidevano, schiavizzavano, violentavano, in nome della santa Chiesa cattolica. Chiesa cattolica che aveva stabilito, nel 1553, nel concilio di Valladolid, che gli indigeni delle Americhe, non avendo neppure un’anima, potevano essere trattati come bestie.

Gioconda Belli, nell’intervista citata, parlandoci della sua visione della vita umana, forse inconsapevolmente, narra della genesi del romanzo: “La vita in sé non è un valore assoluto. C’è bisogno di una qualità della vita. (…) La vita è un dono, ma allo stesso tempo è un caso, un azzardo. È dovuta ad una serie imprevedibile di coincidenze che hanno creato da un certo ovulo e da un certo spermatozoo un individuo o un altro (..) e io credo che, per il solo fatto di essere vivi, noi abbiamo una responsabilità.(…) È una responsabilità che cambia con il tempo. Per me, ad esempio, in questo momento è la scrittura. (…) Come scrittrice sento la necessità di generare e far crescere consapevolezza. Questo è il ruolo che assegno alla scrittura: quello di elaborare pensieri che permettano ad altri individui di capire meglio se stessi e quello che vogliono – un ruolo che è, se vogliamo, di responsabilità sociale.”
‘La donna abitata’ nasce dal vissuto di Gioconda Belli e dall’humus di questi suoi limpidi pensieri che dicono della responsabilità dell’essere umani. Pensieri, che poi … “all’albeggiare emergono”.

Titolo: La donna abitata
Autore: Gioconda Belli
Editore: Edizioni E/O
Pagine: 407
Prezzo: € 9,00

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