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Mafia. Riina progetta un attentato a Alfano

ROMA – Un attentato contro l’ex ministro della giustizia ed attuale segretario del Pdl, Angelino Alfano sarebbe stato progettato dal figlio minore di Totò Riina, Salvatore, tornato in libertà due giorni fa.

Il pentito, Luigi Rizza, di origini siracusane, ne avrebbe parlato nell’aprile scorso ad inquirenti catanesi a cui avrebbe riferito di un messaggio consegnatogli da Riina jr nel carcere di Padova nel 2009 volto a innescare il piano omicida. Sull’affidabilità del pentito si addenserebbero, però, vari dubbi da parte della Procura etnea che non lo ha ammise al programma di protezione. «Non ho notizie di un progetto di attentato nei confronti dell’ex ministro Alfano che sarebbe stato riferito dal pentito Rizza ai pm catanesi. Approfondirò la questione coi colleghi etnei perché potrebbe essere d’interesse del mio ufficio». Lo ha detto il Procuratore di Palermo, Francesco Messineo, parlando dell’interrogatorio reso ai pm di Catania dal pentito Rizza. «Qualora venisse fuori che il piano criminale doveva essere realizzato a Palermo – dice ancora Messineo – valuteremo il da farsi». E ha detto ancora: «Da quanto ci risulta Riina junior è sottoposto alla misura della sorveglianza speciale che deve finire di espiare a Corleone – ha aggiunto Messineo – ma il fascicolo non è ancora arrivato. Solo dopo avere valutato la notizia delle dichiarazioni di Rizza e visionato il fascicolo di Riina potremmo valutare se modificare la misura di prevenzione».

Luigi Rizza, il detenuto che ha parlato di un presunto attentato per uccidere l’ex ministro Angelino Alfano, è stato ascoltato da magistrati della Dda di Catania nello scorso aprile. Dopo l’interrogatorio, l’inchiesta è stata trasmessa per competenza alla Procura di Venezia perchè l’istituto penitenziario dove sarebbe stato commesso il reato ricade nel suo territorio come Direzione distrettuale antimafia.

Luigi Rizza, 31 anni, originario di Siracusa, è detenuto da anni per diverse rapine e non risulta organico a alcuna cosca mafiosa. Aveva già chiesto di avere accesso al programma di protezione nel 2003 ma la Procura di Catania aveva ritenuto che non era a conoscenza di fatti connessi alla criminalità organizzata ma di reati comuni. Il 27 luglio 2010 ha reso dichiarazioni ai carabinieri sugli attentati commessi dalla ‘ndrangheta nel gennaio dello stesso anno agli uffici della Procura generale di Reggio Calabria e all’abitazione dello stesso Procuratore generale Salvatore Di Landro, sostenendo di avere ricevuto delle confidenze in carcere da Luciano Lo Giudice, appartenente all’omonima famiglia mafiosa, che accusava la sua cosca per le bombe alla Procura. Rizza non è stato però ritenuto subito credibile dalla Procura reggina, ma la sua tesi è stata confermata nei mesi successivi dal fratello di Luciano Lo Giudice, Nino, il capo cosca, pentitosi. Per questo, successivamente, su richiesta della Dda di Catanzaro e con l’adesione della Procura di Reggio Calabria, Rizza è stato ammesso al riconoscimento di collaboratore di giustizia. Il suo nome compare anche nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati di Catanzaro, che indagano, per competenza, sugli attentati ai loro colleghi di Reggio Calabria. Nell’aprile di quest’anno è stato sentito dalla Procura di Catania alla quale Rizza si era rivolto per «fare importanti dichiarazioni». Ai magistrati etnei ha parlato dell’attentato al ministro Alfano, che sarebbe stato studiato nel carcere di Padova, ma non ha fornito elementi utili a indagini antimafia. Per questo la Dda etnea si è limitata a trasmettere gli atti alla Procura di Venezia, competente per territorio.

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