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Berlusconi piange, ma Bossi non ride: acque agitate nella Lega

Il Senatur non demorde. I fronti che si sono aperti sono due, e il tenace inventore del “ce l’ho duro” è costretto a percorrerli entrambi. In primis sa bene che il sodalizio con Silvio Berlusconi deve continuare; la morte di uno significa la fine anche dell’altro. Si spinge persino a dire che “qualcuno vorrebbe trasformare lo stesso Premier addirittura in un criminale”! Probabilmente il leader del carroccio non è molto aggiornato sui numerosi rinvii a giudizio formulati nei confronti del presidente del Consiglio, ma neppure del dubbio crescente che sta ormai prendendo piede nel Paese.

Risulta altresì chiaro che parli implicitamente ai frondisti del Pdl, appropriandosi del ruolo dell’istrione (che ben sa recitare) per chiamare a raccolta l’unità del centrodestra. Strano modo il suo… Un giorno tira la corda quasi minaccioso di “far saltare il banco”, e il giorno dopo (potenza dei telefonini o degli incontri carsici) rilancia il contrario di quanto sembrava voler affermare. Ma adesso si è aperto anche un fronte ben più rischioso, quello interno alla stessa Lega. Lo scontento della base leghista è palese. L’incoerenza politica, l’impalpabilità nonché l’aspetto eclatante di un populismo al quale ovviamente non hanno seguito i fatti, ha posto più di una riflessione.

Il Bossi non cede e rilancia, come sempre a modo suo, in barba ai sostenitori del concetto di democrazia. Dispone le sue truppe, sceglie i fedelissimi, probabilmente in vista di una resa dei conti interna che più di uno chiede. Gli uomini soli al comando non hanno mai durato a lungo, e forse il caso più longevo è proprio Berlusconi, anche se ne conosciamo la ragione e le dinamiche! A Varese è saltato il tappo, con l’elezione più che discussa del segretario provinciale fortemente voluto dallo stesso ispiratore principe dei sogni Padani. E’ ben più di una contestazione quella avvenuta all’assise della città Lombarda. Un segretario imposto senza essere stato votato, ma solo sulla base dell’esplicita indicazione di Bossi. I Maroniani assenti, clima da scontro, spinte, parole dure che sfiorano la contrapposizione “fisica” e la resa, probabilmente, di quello che una volta veniva definito come “fenomeno Lega”. Ricordiamo che Varese è la culla politica dalla quale il Senatur ha sempre attinto maggiore linfa e risultati; una culla impietosa che ieri gli ha voltato le spalle tanto da costringerlo “a ricorrere all’imposizione del nuovo segretario” (Maurilio Canton) bypassando una votazione democratica. La platea gridava “voto…voto…”, ma così non è stato, non poteva essere. Avrebbe forse significato l’anticipazione di una svolta ufficiale che si fiuta nell’aria da tempo. Il cuore della Padania ha fibrillato, e con lui il mito dell’invincibile quanto finora indiscusso leader. Le tessere strappate sono uno scherzo? Sembrerebbe più il prezzo pagato per una politica di fiancheggiamento al Berlusconismo dal quale si voleva attingere per arrivare a ben altri scopi. Risultato: un utile che non ha prodotto il sogno venduto per anni.

Ai fini del quadro politico nazionale non può sfuggire un dato che va persino oltre le parole di un Bossi che addita i dissidenti come “fascisti”, così come non fanno neppure più stupore parole come “verranno bastonati coloro che non si adegueranno e formeranno correnti”. La realtà ci consegna la fine di una leadership che non si affida più sulla condivisione di quanto proposto, ma ricorre a metodi “poco ortodossi” per mantenersi in vita. La stampella di Berlusconi si sta piegando sotto i colpi di una giustizia sociale che reclama fatti, realtà diverse e nuove realtà di vita; non certamente il solo mantenimento di un gruppo dirigente che sta diventando a questo punto solo autoreferenziale. Del resto Bossi sa bene che non ha più niente da offrire all’operaio di Mirafiori; così come ha ben compreso che i lavoratori non sono sprovveduti, e che alla lunga comprendono anche le parole sapientemente forgiate sull’affabulazione. Anche a costo di ripeterlo fino alla noia, stiamo assistendo all’implosione del giocattolo che nell’immaginario  somiglia sempre di più ad una demolizione controllata di un grosso edificio. Prima che questo non generi altre “vittime”, che sia staccata una buona volta la spina a questo governo. Il Paese lo pretende.

 

 

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