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Lettera aperta a Antonio Di Pietro

 Una presunta ragion di Stato non giustifica la messa in mora della democrazia

Caro Di Pietro,
Le scrivo davvero molto preoccupato dalla sua ultima e devastante presa di posizione politica. Quella di invocare una riedizione della legge Reale del 1975 dopo i fatti di Roma del 15 ottobre. Fatti che nonostante gli scimmiottamenti messi in atto da 500 fra ragazzini annoiati, qualche vecchia cariatide dei vecchi gruppi antagonisti e una manciata di ultrà, nulla hanno a che fare con gli anni ’70, con quel paese che era allora l’Italia, con le stragi, il terrorismo nero, rosso e di stato, con la logica dei blocchi contrapposti e con le violenze di piazza. Nulla ha a che fare, e lei lo sa benissimo. Lei quelle cose se non l’ha vissute direttamente l’ha quantomeno studiate.

La sua carriera prima in polizia e poi in magistratura qualcosa deve aver rappresentato.
Lei, caro Di Pietro, sa anche perfettamente che a nulla servì quella legge per affrontare davvero la questione della violenza e dell’eversione. Anzi, dovrebbe sapere benissimo che dopo la sua entrata in vigore andò ad alimentare un clima nel paese che condusse soltanto all’aumentare delle violenze, a legittimare davanti agli occhi di molti i gruppi più estremisti e armati e a ingrossare le file dei terroristi. Le centinaia di lutti (e di questo stiamo parlando) non le ricordano nulla? Una generazione intera criminalizzata non le ricorda nulla? I tantissimi abusi che quella legge consenti la lasciano indifferente?
Le faccio un esempio di quello che potrebbe produrre, nell’immediato, l’applicazione di quello che lei ieri incautamente ha proposto. Dopo la macelleria messicana della scuola Diaz nel 2001 a Genova, le vittime della furia non cieca ma calcolata in una logica da ultrà durante un raid per presunta vendetta di pezzi delle forze dell’ordine (che arrivarono perfino a produrre prove false per coprire l’orrore che avevano messo in atto) vennero non solo pestati a sangue con violenza inaudita mentre erano totalmente inermi ma subirono anche un’incriminazione.

 

La legge italiana ordinaria, quella che lei vorrebbe sospendere con provvedimenti straordinari, riuscì, purtroppo con lentezza ma alla fine con giustizia, a ribaltare la loro posizione, sottraendoli da ogni accusa e tutelando davvero i loro diritti. Niente di straordinario. Quello che deve fare una democrazia. Tutelare i diritti dei cittadini. Tutti i diritti e di tutti i cittadini. Se il provvedimento da lei invocato ieri fosse stato in vigore nel 2001 ora ci sarebbero decine di vittime innocenti condannate a reati gravissimi, probabilmente ancora in carcere, e i responsabili di quell’orrore si sarebbero sentiti legittimati a proseguire il loro eversivo e feroce metodo di imposizione di un potere militare e poliziesco che nulla ha a che fare con la democrazia.

Io non so quale logica l’abbia spinta a fare quelle dichiarazioni che hanno offerto l’occasione alla destra di trovare sponda per trovare l’occasione di proporre una roba che non avevano il coraggio di annunciare loro stessi. Spero davvero che sia stata soltanto una sottovalutazione dovuta alla fretta di trovare spazi sui titoli dei Tg e dei giornali. Un errore madornale in ogni caso. Peggio sarebbe, caro Di Pietro, se lei avesse risposto in qualche modo alle richieste di quei pezzi di apparato che dalle ricadute di quel disastro per la democrazia fu il G8 di Genova sono sfuggiti e che non hanno perso la voglia di dare una stretta ai diritti dei cittadini per gestire in chiave autoritaria il paese e mettere in mora la democrazia.
Quei 500 imbecilli, pericolosi ma solo 500, andavano e vanno bloccati e condannati. Vanno respinte e indicate e rifiutate tutte le violenze. Vanno individuate le responsabilità. Con leggi ordinarie e garantendo giusti processi e il diritto di critica, manifestazione, protesta ai cittadini italiani. Non ci sono altri modi. Non esiste nessuna ragione di Stato che consenta la sospensione dei diritti e della democrazia.
Se lei questo non lo capisce siede al posto sbagliato.
Un saluto
Pietro Orsatti

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