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Il governo egiziano si è dimesso

ULTIMORA – Il governo egiziano guidato dal premier Sharaf si è dimesso, al termine di una riunione d’emergenza tenuta al Cairo. L’esecutivo ha rimesso il proprio mandato nelle mani del Consiglio supremo militare, che non ha ancora deciso se accettare o rifiutare le dimissioni del governo e che ha invitato le forze politiche a “un dialogo urgente”.

La decisione arriva dopo tre giorni di proteste represse nel sangue a Piazza Tahrir. I dimostranti sono tornati a occupare il luogo simbolo della rivolta contro Mubarak per chiedere ai militari di cedere il potere alle autorità civili, accelerando la transizione democratica.

 

Rivolta in Egitto: ancora una volta un bagno di sangue nel nome di una democrazia ‘vera’

IL CAIRO – Non accenna a placarsi la rivolta che da sabato interessa l’Egitto.  La protesta è dilagata da Alessandria e si è estesa velocemente in tutte le altre città culminando in una vera e propria battaglia a Piazza Tahrir cuore del Cairo, dove ha avuto luogo una violenta repressione.
Le forze dell’ordine, infatti,  sono intervenute pesantemente per sgomberare la piazza con ogni mezzo. Sale così a 40 il numero delle vittime di questi 3 giorni di scontri e a 1830 il numero quello dei feriti, almeno secondo quanto è dato sapere dalle fonti mediche. Trentanove è invece il numero dei manifestanti arrestati, sempre secondo fonti ufficiose. La situazione si presenta drammatica, molti siti continuano a pubblicare appelli soprattutto per la donazione di sangue, in questo momento ancora più importante dei medicinali stessi. Alcuni attivisti stanno raccogliendo generi di conforto per i manifestanti, tra cui anche caschi e maschere antigas per i medici.

Una piazza quella di Tahrir che non esclude anche una consistente presenza femminile. Molte le donne intervenute, alcune con il capo velato come vuole l’Islam, altre a capo scoperto, ma tutte scese in piazza unite dalla sola volontà di far sentire la propria voce contro lo strapotere militare che processa i civili e mantiene lo stato d’emergenza e, per chiedere infine al Consiglio supremo delle Forze Armate (al potere da febbraio, dopo le dimissioni di Mubarak) di lasciare finalmente il potere in mano ai civili nel nome di una democrazia ‘vera’ e non più ‘controllata’ come è stata fino a questo momento. Infatti, ben poco è cambiato dalla caduta di Mubarak, i militari si sono di fatto ritagliati uno spazio sempre maggiore e sempre più fondamentale per il futuro Egitto, uno spazio di potere che consisterebbe non solo nella difesa del territorio ma anche nella protezione dell’ordine costituzionale.
Domani intanto a partire dalle 16.00 avrà luogo una manifestazione contro i militari sostenuta dai 35 partiti e dai movimenti egiziani già accorsi oggi in Piazza Tahrir per un sit-in a sostegno dei manifestanti e per invitare a una sempre più massiccia partecipazione e pressione popolare che sono le vere garanzie per “continuare la rivolta che porterà libertà, giustizia a tutti gli egiziani” almeno questo è ciò che si spera.
Mohamed El-Beltagy, esponente appunto del partito Libertà e giustizia dei Fratelli Musulmani, parlando a nome degli attivisti dei 35 gruppi ha affermato che la colpa degli ultimi scontri è stata fondamentalmente delle forze di sicurezza perchè sono stati gli agenti ad attaccare per primi, sabato scorso, i manifestanti.

Tra i 35 gruppi vi sono attivisti del Movimento del 6 aprile, dell’Unione dei giovani di Maspero, della Coalizione dei giovani della rivoluzione, della Campagna per il sostegno a El Baradei presidente e dei Comitati popolari per la difesa della rivoluzione. In una nota questi gruppi chiedono al Consiglio supremo delle Forze armate di “lasciare il potere a un governo di salvezza nazionale, che abbia i poteri per gestire questa fase di transizione, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e l’economia, e di definire un calendario preciso per il trasferimento dei poteri a un presidente eletto”. Attualmente le elezioni sarebbero previste per il 28 novembre, almeno questo è ciò che il governo egiziano si è impegnato a fare.  Certo un voto che si svolgerà per regioni e andrà avanti per mesi prima dello svolgimento delle presidenziali. Intanto gli attivisti chiedono anche la riforma del ministero dell’Interno, lo scioglimento della polizia antisommossa, garanzie per processare tutti coloro hanno le mani sporche di sangue di egiziani, ed infine processi contro coloro che sono dietro le aggressioni contro i civili compiute dal 25 gennaio fino alla strage del 19 e 20 novembre.
In questa piazza, nonostante l’intervento di vari gruppi politici, non ci sono comunque leader, è una piazza eterogenea e trasversale formata da studenti, blogger dissidenti, disoccupati e donne tutti alla ricerca di ‘diritti’ degli stessi diritti civili, mossi tutti dalla fame probabilmente, dalla mancanza di lavoro sicuramente, ma soprattutto dal desiderio di libertà giustizia e democrazia reale, il tutto ben sintetizzato nello slogan “proteggere la democrazia e trasferire il potere”.

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