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Crisi economica. Da recessione a depressione. L’11% della popolazione sotto soglia povertà

ROMA – La crisi non c’è aveva detto l’ormai ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ve lo ricordate? “I ristoranti sono pieni, non si trova un biglietto aereo”, aveva detto il premier. Oggi sul tema crisi è interventuo  il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, durante la tavola rotonda del 35/esimo convegno nazionale delle Caritas diocesane. “Sonomolto preoccupato  per le tendenze statistiche dei dati sulla povertà che riguardano il nostro Paese”, ha detto Giovannini. “Dati –  ha spiegato –  che seppur allarmanti non restituiscono immediatamente la reale incidenza della crisi. Il dato principale di riferimento infatti, ha continuato Giovannini, da tre anni  rimane invariato e ci dice che l’11% della popolazione è sotto la soglia della povertà (fissata a 1000 euro di reddito al mese). Se la crisi non si  vede, questo dipende dal fatto che alle rilevazioni statistiche sfuggono tre aspetti fondamentali.”

“Uno – ha illustrato il presidente Istat -, la crisi ha colpito soprattutto i giovani e non le persone che avevano già un lavoro perchè è stata fatta una scelta politica, quella di mantenere gli occupati al lavoro con la cassa integrazione e buttare a mare i giovani; due, la crisi ha colpito soprattutto i poveri che sono diventati ancora più poveri rimanendo nello stesso segmento di rilevazione statistica; infine, le famiglie, per mantenere lo stesso tenore di vita, hanno cominciato ad erodere i risparmi mantenendo alti i consumi”. Giovannini ha avvertito però che queste condizioni  non resteranno così  e ben presto anche i dati restituiranno il reale quadro della crisi. “Per questo – ha precisato – sono preoccupato perchè il rischio povertà è oggi fortemente collegato al concetto di vulnerabilità. Ciò vuol dire che c’è una forte percezione di insicurezza e studi recenti dimostrano che l’insicurezza ha forti ripercussioni sulla psiche, mentre perdere il lavoro ed essere esclusi dal circuito sociale provoca nelle persone un danno permanente». Da qui, il timore di Giovannini per una recessione suscettibile di trasformarsi ben presto «in una grande depressione come dopo la crisi del ’29”.

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