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Sostenibilità ambientale. Chilometro zero. Ritorno alla Curtis?

RAVENNA – Si sente spesso dire che il presente dovrebbe guardare dal passato per frenare il vizio odierno del consumismo.

Allora invito a fare una riflessione sul modello curtense sviluppato da Carlo Magno che aveva creato un sistema definito per secoli, con una punta dispregiativa, “economia chiusa”. A mio parere, invece, l’Imperatore aveva gettato le basi per l’odierno progetto del “km zero” in quanto aveva stabilito che queste piccole corti dovevano produrre il necessario affinchè fossero autosufficienti. Solo la produzione in eccesso, che con la crisi del periodo era quasi inesistente, e la ricerca di materie più sofisticate doveva avvenire in “mercati delle corti” con pagamenti regolamentati dal regime del baratto. Nell’Alto Medioevo, in Italia, il modello franco si diffuse principalmente nell’area tosco-padana con qualche piccolo spunto in Trentino ed in Friuli, mentre il meridione, dove prevaleva un sistema di piccoli proprietari terrieri e baroni, vi rimase del tutto estraneo, seppur anch’esso sotto la dominazione longobarda. Dopo più di mille anni, la situazione sembra ripresentarsi: l’area padana è quella più sensibile all’utilizzo di prodotti locali, addirittura in Veneto, con l’aiuto delle 25mila firme raccolte da Coldiretti in soli 4 mesi, è passata una Legge Regionale che riconosce ed incentiva le aziende di ristorazione pubbliche e private che utilizzano prodotti locali in una misura che varia tra il 30 ed il 50 percento. Tuttavia, come spesso accade, “chi predica bene razzola male”, infatti il Veneto, pur avendo una produzione enogastronomica di alta qualità che supera il fabbisogno della territorio stesso, è la seconda regione in Italia per importazione di prodotti agricoli esteri spesso spacciati come territoriali e smerciati nelle mense di scuole, ospedali e centri per gli anziani. E tutto questo a fianco del primo circuito di ristoratori che servono pietanze a km zero con prodotti acquistati direttamente dalle campagne circostanti.

L’opinione pubblica si sta sensibilizzando, da un paio d’anni in modo esponenziale, al concetto ormai “vecchio” di km zero. Infatti, per i disinteressati allo studio della storia che non avessero mai sentito parlare della curtis, il protocollo di kyoto dal 1998, ancora prima della sua entrata in vigore, ne aveva iniziato a parlare al fine di migliorare la qualità del clima e, di conseguenza, della vita. Comprare carne argentina o irlandese e bere vino australiano non costituisce solo una spesa viva che incide fortemente nel conto del singolo alla cassa del supermercato, ma soprattutto causa un dispendio di energia che non fa valere la candela dei soldi spesi nei trasporti, specie per una nazione come l’Italia, così ricca di risorse da essere completamente autosufficiente se il mercato estero fallisse. Tranne nello sfruttamento energetico, ma questo è, purtroppo, un atro discorso su cui non voglio dilungarmi in questa sede.

Si provi a pensare al crollo dei prezzi nel caso di una riduzione drastica della filiera alimentare: un pomodoro spagnolo costerà sempre almeno 10 volte di più di quello comprato nell’orto del vostro vicino di casa. Ora la mia è certo una esasperazione del concetto, ma comprare dagli agricoltori locali nei mercati appositi regala un beneficio non solo al portafoglio ed alla salute, perchè in tutto questo discorso non abbiamo parlato dei conservanti usati per i trasporti, delle condizioni igieniche non spesso ottimali e del deperimento naturale causato dall’allungamento dei giorni dalla produzione/raccolta alla vostra tavola, ma soprattutto ne guadagna l’economia del Paese e, di conseguenza, si alza il tenore di vita dei suoi abitanti.
Tuttavia credo che presto nascerà un conflitto su larga scala per l’utilizzo di questi prodotti a causa della cattiva speculazione che li circonda, basti pensare a tutti gli alimenti definiti “freschi” in base a certificati discutibili da aziende che non hanno troppe regole su una genuinità reale pur essendo bravissimi a pubblicizzarla. Io adoro in un modo quasi viscerale le mele verdi, frutti di fine estate. Certo ho sempre diffidato dal comprarle tra dicembre e luglio per un istinto di conservazione naturale, ma quanti, a differenza di me, considerano una comodità della società contemporanea trovare una larga scelta di prodotti fuori stagione nel supermercato sotto casa? Quanti scelgono un alimento esteticamente perfetto originario del grosso impianto di conservazione, inoltre grande produttore di CO2, piuttosto che la pesca ammaccata appena colta dall’albero al mercato della frutta? Siate sinceri, una buccia immacolata conta più del sapore della polpa.
Invito a riflettere su quanti trattamenti “estetici” poco naturali ha subito quella bellissima mela dal verde perfetto e forse quasi modaiolo.
Invito all’assaggio di entrambe ad occhi chiusi, ed a ricompiere la vostra scelta.
Invito a volere bene a voi, alla vostra terra, e poi di nuovo a voi.
Grazie a Dio volersi bene è un cane che adora mordersi la coda.

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