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A cura dell’associazione Lunaria. Edizioni dell’Asino, 2011- pp. 242. Prezzo: € 15,00. 
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ROMA – I curatori e gli autori di questo ‘Secondo libro bianco sul razzismo in Italia’, che vuole rappresentare l’intolleranza razziale italiana da diversi pinti di vista, quando pubblicarono il loro libro non sapevano dei rivolgimenti politici che sarebbero accaduti dopo poco tempo. La caduta del governo razzista del patron Berlusconi ha liberato, nel bene e nel male, pensieri e istanze che covavano sotto lo strato di polvere intossicante.
Ha cominciato benissimo il Presidente della Repubblica Napolitano affermando con forza: “È una follia che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini”. Le reazioni dei galantuomini della Lega non si sono fatte attendere. L’ex ministro Roberto Calderoli, quello che voleva andare a passeggiare con un maiale nei luoghi dove doveva sorgere una moschea islamica, ha detta che la Lega è «pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze – poi, posseduto da un demone latino ha continuato – La vera follia sarebbe quella di concedere la cittadinanza basandosi sullo ius soli e non sullo ius sanguinis…”
Al leghista Calderoli ha risposto per le rime Michela Serra il 23 del mese corrente dalle pagine de ‘La repubblica’, dicendo a “Calderoli o un altro gerarca verde” che se loro alzeranno le barricate “gliele tiriamo giù noi con la ruspa e poi ci piantiamo sopra il Tricolore repubblicano, perché di vent’anni di razzismo organizzato ne abbiamo le balle piene, e di ruspisti ne conosciamo a gogò”. Bella risposta che ci fa respirare aria fresca antirazzista a pieni polmoni.

Ma il libro questo volume curato dall’associazione Lunaria, va ben al di là da questi battibecchi. Prendiamo ad esempio il capitolo scritto da Annamaria Rivera che rivela come giornalisti, politici e quotidiani mainstream trattino “con sciatteria” individui che hanno deciso per motivi diversi, a volte per salvarsi la vita,  di vivere in Italia piuttosto che in Francia o in un’altra parte del mondo.
La Rivera mette in gioco la propria sensibilità per andare a scovare anche ciò che a un occhio disattento o a una realtà umana anaffettiva di solito sfugge. È il caso della sua critica ad un editoriale di Giovanni Sartori nel quale il politologo ripropone “una radicale inintegrabilità” degli immigrati mussulmani senza rendersi conto dell’enormità che sta scrivendo. Questa sua presa di posizione, scrive la Rivera, inaugurò “una campagna antimusulmana che vide schierarsi fra i primi Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, per non parlare dei soliti leghisti”.

Sartori non è l’unico a descrivere l’immigrazione con accenni surrettiziamente xenofobi, anzi è in buona compagnia. La Rivera punta l’indice anche sui piccoli indizi che sfuggono solitamente anche a lettori più attenti come i “lapsus calami – che – sono dovuti non solo a malizia, ma anche a ignoranza. – continua l’autrice – Perdurano, inoltre, l’eufemistizzazione dei centri di detenzione sotto la locuzione “centri di accoglienza” e l’abuso del termine stigmatizzante di “clandestini”, anche nel caso di rifugiati o richiedenti asilo. Perfino il derisorio “vu’ cumprà” è tornato in voga, ammesso che abbia conosciuto fasi di declino”.
Come viene più volte suggerito in questo libro, anche quando si parla di razzismo e di xenofobia, – che sarebbe meglio sostituire con misoxenia perché non si ha paura dello straniero ma lo si odia – l’attenzione deve andare alle parole che se usate male, anche in buona fede, possono distorcere il senso della realtà e quindi indurre a una verità parziale o a una vera e propria percezione delirante dell’altro da sé; che questo sia un migrante o una donna non fa differenza visto che il ‘cosiddetto’ scopritore dell’inconscio scriveva che la donna essendo un uomo castrato è un’anomalia della specie.
Il logos occidentale è un linguaggio usato più per mentire che per comunicare. L’abbandono millenario del linguaggio del corpo e della mimica del volto, che accompagnava il parlare umano delle origini, ha trasformato la nostra comunicazione in maschera che nasconde le intenzionalità nascoste nelle frasi svuotate di senso. È il famoso “uomo bianco ha la lingua biforcuta” che si può anche tradurre nell’antica frase greca: ‘dissoi logoi’ cioè discorsi dissociati.
Forse è questo handicap psichico, palesato nella frasi di tutti i giorni, che non permette ancora a troppi italiani un’integrazione nella società multietnica in gestazione dove il linguaggio ha ancora un solido ancoraggio con la realtà umana.

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