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Fluorosi a Ercolano, un problema vecchio di 2000 anni

NAPOLI – La patologia è endemica dell’area vesuviana, come risulta da una ricerca sugli scheletri degli abitanti di epoca romana condotta dal Cnr e dall’Università Federico II. Dovuta alla prolungata assunzione di fluoro naturalmente presente nelle acque e nei suoli, colpisce le ossa e affligge ancora oggi l’80% dei bambini in età scolare.

Gli abitanti dell’antica Ercolano? Soffrivano di fluorosi scheletrica, come quelli di oggi. Grazie a un’indagine multidisciplinare i ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Consiglio nazionale delle ricerche di Portici (Imcb-Cnr) e dell’Università ‘Federico II’ di Napoli hanno dimostrato come questa patologia metabolica dell’osso e delle articolazioni sia endemica dell’area vesuviana. Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘PLoS ONE’ (Public Library of Science), è coordinato da Pier Paolo Petrone del Museo di antropologia della ‘Federico II’, con Michele Giordano dell’Imcb-Cnr, Fabio Guarino e Stefano Giustino del Dipartimento di biologia strutturale e funzionale dell’Università. All’origine della malattia invalidante, che colpisce decine di milioni di persone soprattutto in Africa, India e Cina, è l’alta concentrazione naturale di fluoro nelle acque e nel suolo, tipica delle aree vulcaniche. La ricerca ne rileva e descrive le caratteristiche nelle vittime dell’eruzione del 79 d.C., dopo aver passato in rassegna 76 scheletri appartenuti a una popolazione di età da 0 a 52 anni. “Dall’esame delle peculiarità morfologiche, radiologiche, istologiche, chimiche, scheletriche e dentarie si è constatato un aumento significativo della concentrazione di fluoro con l’età e un correlato grado di lesione della colonna vertebrale e di altri distretti articolari” spiega Michele Giordano dell’Imcb-Cnr.

 

“Per la determinazione del fluoro negli scheletri è stata adottata l’analisi di attivazione neutronica strumentale (Inaa). Una tecnica complessa, utilizzata presso lo University of Missouri Research Reactor, che ha rivelato livelli di fluoro da 2.000 a 11.300 ppm (parte per milione), indicativi dell’avvelenamento intra-vitam. I valori di fluoro più alti, maggiori di 9.000 ppm, si osservano negli adulti sopra i 40 anni, che rivelano una fase patologica molto grave, paralizzante, come quella osservata tuttora nelle regioni endemiche”. Questi livelli sono a tutt’oggi presenti ed attivi, come risulta da test clinico-epidemiologici su un campione di bambini in età scolare dei comuni vesuviani, “che ha rivelato l’80% di fluorosi dentaria e caratteristiche cliniche di portata epidemica, quali dolori articolari, dermopatie, ipertiroidismo e contenuto di fluoro nel sangue superiore ai valori massimi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità”, come conclude Pier Paolo Petrone della ‘Federico II’. “La comparazione dunque mostra per le popolazioni vesuviane un rischio permanente, non sempre valutato, anche perché le fasi iniziali della malattia sono mal diagnosticate”. Fonte: Studio sulla fluorosi endemica nell’area vesuviana pubblicato sulla rivista ‘PLoS ONE’ (Public Library of Science)

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