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La felicità del sorriso sottile

Selo è convinto gli sia stata salvata la vita. Ha ripreso a parlare. E lo fa con la profondità e la nobiltà di un grande uomo. Lui che non voleva far presente agli operatori il suo malessere per non disturbare. Lui che aiuta tutti i ragazzi a fare i compiti dati a scuola. Dice che si sente “nuovamente bambino”. Ce l’ha fatta.

E’ tornato alla grande. Ha ripreso la terapia, ma ha anche ripreso quel sorriso. Quel sorriso maturo, che dice: “non ho più nessuno, in Sudan mi sono fidato di alcune persone, ma mi hanno tradito. Ho sofferto molto. Ora sono qui, ho degli amici, ma non posso ancora fidarmi di nessuno”. Eppure è un sorriso, eppure è un sorriso di un bambino. Di un “nuovamente bambino”. Allora quella vita che Selo dice gli sia stata salvata dai medici, forse ha capito che la può salvare lui a sé stesso. Non buttandosi giù. Concedendosi una nuova infanzia. Un uomo sensibile che la polizia italiana a Lampedusa ha giudicato minorenne, che gli ospedali nostrani hanno giudicato depresso cronico, ha deciso di darsi una nuova chance. Con un sorriso sottile dopo la tempesta. “Quando starò meglio riprenderò a fidarmi. Piano piano”. Dal rientro dall’ospedale ha cadenzato il tempo e lo spazio con la maestria del saggio. Nei primi giorni:“Non mi sento di salire sull’autobus, non riesco ancora a stare bene con tutta quella gente. Senza conoscerla.” Poi le partite a carte, poi quelle a calcio. Selo gioca in difesa ed è molto bravo, quando abbiamo giocato insieme – era il mio avversario – mi ha lasciato andare, voleva che segnassi e al richiamo di un amico sulla marcatura troppo larga ha risposto: “se gli tolgo la palla, Maurizio non gioca più con noi”. Sono passati diversi giorni e ancora ringrazia tutti gli operatori e tutti i compagni che gli sono stati vicini. Tutti ogni giorno gli rispondiamo “Di niente” e lui “Non di niente”, poi ti guarda serio e con gli occhi lucidi: “Grazie veramente”. Inutile dire che è adorato da tutti e non per la sua storia, ma per la sua adorabilità, un’energia legata all’infinita sensibilità dell’adorato e alla sua capacità di comunicare dolcezza. Di mettere in circolo parole d’amore. Selo è proprio quella persona che ti fa dire: “non fa tenerezza”, poi c’è il silenzio, si scorre il nostro lessico positivo e “E’ adorabile, ecco!”.

Ieri ha chiesto un permesso per uscire la mattina presto e la responsabile glielo ha accettato. Quando è rientrato aveva un libro in mano. “Hai comprato qualcosa?” E lui: “No, l’altro giorno avevo visto dei ragazzi che entravano ed uscivano da un posto con dei libri. Tutti diversi. Mi hanno detto che erano gratis, che potevano prenderne quanti volevano. Ma che poi dovevano riportarli. Oggi mi sono iscritto in quel posto anche io”. Mi mostra la tessera delle Biblioteche di Roma e continua:“Sono molto felice, posso leggere tutto quello che voglio. Posso studiare tanto. Mi chiedo se è vero”. Allora gli rispondo: “E’ vero”. E lui: “Questa è la cosa più bella”. Io sorpreso: “Eh sì…”, allora sembra ripetersi: “ La cosa più bella. Che è vero”. Le sue parole sembrano testi di George, matasse di parole sbrigliabili dal miglior Heidegger. Il bello sembra essere filtrato senza oscurità dagli occhi di un signore-bambino. Sembra uscire sotto forma di adorabilità da un sorriso sottile, che si snatura, naturalizzandosi. Il sorriso è finalmente sottile nella forma ma portatore esclusivo di buone emozioni nell’essenza. E’ felicità. Questa bellezza-felicità è dovuta al contempo al fatto che Selo avrà a disposizione tanti libri, che potrà studiare e progettare la sua nuova vita in Italia, ma anche al fatto che questo sogno non sia apparente. Selo sorride a mezza bocca perché ha il dubbio di essere felice non nella realtà, allora la sottilezza del suo sorriso è come un occhio semichiuso per prolungare il sonno. Ma alla mia affermazione “E’ vero”, lui scopre un cancello spalancato. E’ la felicità nel reale. La sua frase va letta nella sua pluralità di interpretazioni. E’ un oleofrase, non significa nulla e significa molto. Il ragazzo non parla bene l’italiano e può commettere degli errori. Usa le parole che meglio trova. Allora passa dal domandare “E’ vero?” all’affermazione “E’ vero”. Il passaggio sembra essere segnato da uno stato di felicità. Nella relazione tra questi due stati e nell’interpretazione della frase vi è la circolarità di un grande discorso, che vede il sorriso aprirsi per fare entrare e chiudersi per non fare uscire, il sorriso come in una fase lunare – crescente e decrescente – perché ha a che fare con l’enigmatica vita della felicità. La sua origine e il suo ritorno. Quella di Selo è una frase aperta, proprio come un sorriso, ma è una frase sottile perché contiene la felicità di Selo. Una felicità da custodire. Da modellare con tanti libri, da alimentare con un approccio positivo alla verità. E per verità intendiamo la vita. “Selo, Selo!”. Lui ha ripreso i sensi. Ha riaperto gli occhi. E ora afferma assieme: “E’ vero, sono vivo. Voglio leggere, voglio vivere!”. Ma anche sussurra: “Sono felice!”

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