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Milano. Occupato il Pac, Padiglione Arte Contemporanea

MILANO – Il 3 dicembre scorso i lavoratori del PAC di Milano hanno deciso di occupare la sede, con l’intento di costituire un nuovo modo di sostenere e condividere la produzione artistica, trasformando ad esempio il PAC in un inedito laboratorio di politica e linguaggi artistici a porte aperte.

Il PAC progettato per l’arte moderna e contemporanea, e pensato come un’agile struttura espositiva e luogo sensibile dove accogliere esperienze artistiche nuove ed eterogenee, oggi è stato ridefinito come Padiglione d’Arte Comune.
Nel loro comunicato stampa diffuso attraverso vari organi di social network si legge (riportiamo il testo integralmente) gli occupanti dichiarano:
«Siamo artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, studenti, tutti coloro che operano nel mondo dell’arte e della cultura. Ciò non significa che abbiamo un’attitudine corporativa, al contrario, decliniamo la nostra specificità e i nostri linguaggi dentro quella comune lotta alla crisi e al precariato che, sebbene in forme diverse, è la cifra del nostro tempo.
Siamo in relazione con molteplici realtà, gruppi e soggetti – come ad esempio la Sala Arrigoni, il Valle Occupato, il S.a.L.E, il Teatro Marinoni – che negli ultimi mesi stanno dimostrando, attraverso pratiche di occupazione di spazi dismessi dal pubblico e dal privato e attraverso l’autogoverno, cosa voglia dire occuparsi di cultura, di lavoro, di spazi, di comunità, di territori, di economie e di creare nuove narrazioni del presente attraverso pratiche collettive.
Noi lavoratori dell’arte, sempre più privi di diritti e sempre più esperti nell’arte di sopravvivere, ci troviamo dispersi, frammentati, condannati ad una dimensione cinica, competitiva ed individualistica. Consci di questo deserto, da mesi ci siamo messi in movimento, stiamo promuovendo dibattiti pubblici in modo aperto, trasversale ed inclusivo, per discutere collettivamente sulle nostre condizioni di lavoro, su come il mercato e le politiche governative producano sempre più diseguaglianze, su come subiamo una totale mancanza di politiche di redistribuzione economica e di welfare. Siamo usciti allo scoperto e stiamo affermando che la cittadinanza attiva, assieme ai lavoratori dell’arte e della cultura può, in un processo che si costruisce dal basso, ripensare totalmente gli spazi dove l’arte si produce e si fruisce, prendendosene cura. La produzione artistica va perciò ripensata proprio a partire da questo incontro fra le singolarità degli artisti e la sua dimensione comune, sociale, reticolare e cooperante.
Allora entriamo nello spazio pubblico e occupiamoci di ciò che è nostro!

Rendiamolo vivo, gestiamolo direttamente, determiniamolo dal basso, senza più deleghe, in modo inedito: affermiamo la cultura e l’arte come bene comune.

Siamo consapevoli, in una città come Milano, di produrre collettivamente un enorme valore nell’ambito della creatività, della conoscenza e della comunicazione, valore che viene assorbito all’interno di vecchi e nuovi dispositivi che lo privatizzano e lo piegano alla logica del profitto: sono questi il mercato, le creative industries e i processi di gentrificazione, che strumentalizzano l’arte come placebo contemporaneo per l’erosione dei diritti, privandola del suo valore sociale e comune, a favore di una logica di capitalizzazione dove il valore prodotto da tanti rimane nelle mani di pochi. Quei tanti, i lavoratori della conoscenza, vivono nella precarietà endemica in attesa di un domani che non verrà mai.
In risposta a questo, un gruppo di lavoratori dell’arte e della conoscenza ha deciso di entrare e di portare in uno spazio pubblico destinato all’arte, un’assemblea cittadina. Per ridare alla cultura il valore di materia viva, per cominciare a creare percorsi inclusivi e per praticare un’articolazione di riflessioni, esperienze e percezioni che possano costituire processi fatti di corpi in comunicazione che si autodeterminano».
Quel che emerge da questa occupazione, e come già accade per il Teatro Valle di Roma, è l’urgenza di mettere alla berlina le ingerenze politiche, ree, secondo gli occupanti, non solo di una mala gestione della governance pubblica della cultura, ma, aspetto più grave, il non creare sviluppo culturale per il Paese; l’idea sostanziale, è quella di eliminare gli incastri dell’inutile clientelismo, atto a creare mondi perniciosi e infimi.
L’autogestione, o se vogliamo, l’autogoverno ha il solo compito di ri-distribuire ruoli e competenze all’interno del mondo dell’arte; così è emerso dalle prime riunione tenutesi in questi giorni, riporto testualmente quanto detto: “la proprietà e la gestione degli spazi pubblici è nelle mani di chi partecipa attivamente a costruirne i contenuti. Tutti sono ammessi con pari diritti, tutti sono uguali e tutti hanno un voto nell’assemblea che decide la gestione dello spazio. Chi non partecipa rinuncia a preoccuparsi attivamente di quello spazio pubblico. Chi continua a partecipare da continuità alla gestione”.
A questo nuovo stato di cose deve conseguire una chiara presa di coscienza sia da parte dei rappresentanti del Governo attuale sia dalla classe politica tout court, la quale, non potrà più far finta di niente alle richieste dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte.

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