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ROMA – Semaforo rosso per gli over 28 nei servizi pubblici e professionali. In Cina, la discriminazione sul lavoro varca i confini delle fabbriche, prendendo piede nei settori più disparati.

Se per decenni infatti- come riportato dal China Labour Bulletin- i proprietari delle industrie hanno negato l’accesso alle linee di produzione a tutti coloro avessero superato il trentesimo anno di età un recente studio condotto dalla China University of Political Science and Law (CUPL) ha messo in luce una situazione ben più allarmante.

Dati alla mano, nel corso del 2011, 9.762 posti di lavoro offerti da sei differenti agenzie governative sono stati assegnati sulla base di requisiti di età e condizioni di salute particolarmente selettivi. Per  ognuno dei 92 incarichi stabiliti dal corpo di polizia dell’aviazione civile, sono stati richiesti candidati non oltre i 28 anni, come riportato il 21 novembre dal Beijing Times.

Stesso tetto massimo, quello scelto per la campagna di assunzione lanciata lo scorso mese dalla Shenzhen Securities Exchange (SZSE), una delle tre borse valori della Cina continentale, in cui lo staff professionale, composto da legali, informatici e contabili, è stato rigidamente selezionato in base all’età: ancora una volta via libera solo agli under 28, con grande indignazione degli eliminati.

Ma l’azione di discriminazione messa in atto dalla famosa piazza finanziaria cinese non si può certo dire sia passata in sordina. Una Ong di Shenzhen si è scagliata contro i metodi di assunzione adottati dalla SZSE e contro le restrizioni imposte nell’accesso alle cariche pubbliche, mentre molti professionisti del settore hanno rincarato la dose, sottolineando come l’esperienza lavorativa non dovrebbe essere penalizzata quanto, piuttosto, considerata una “ricchezza”.

“Non vi sono motivazioni scientifiche per le quali una persona, compiuti i 29 anni, non possa essere in grado di ricoprire una posizione pubblica” ha dichiarato al Global times Wang Zhenyu, vice-direttore del Centro di ricerca sulle politiche pubbliche della CUPL.

Ma cos’è che rende i giovani una “merce” tanto gettonata? Semplice. Come affermato da alcuni responsabili per le risorse umane, i giovani professionisti accettano salari più bassi, sono disposti a fare turni di lavoro più lunghi e hanno una maggior flessibilità di orari rispetto ai loro omologhi più attempati, magari con tanto di mogli e figli a carico.

Ma quella dell’età non è che una delle tante forme di discriminazione messe in atto nel settore dei pubblici impieghi. Sesso, altezza, etnia, salute, status sociale e affiliazione politica vanno ad ingrossare le fila dei requisiti fondamentali in grado di determinare il successo o l’insuccesso di un candidato. Secondo quanto emerso da un’intervista rilasciata da alcuni dipendenti, l’accesso a diversi reparti dei servizi pubblici sarebbe limitato soltanto ai membri della Lega della Gioventù Comunista (LGC), che, tanto per avere un’idea, rappresenta la principale organizzazione politica giovanile presente nel Regno di Mezzo.

Il rapporto rilasciato dalla China University of Political Science and Law, ha rivelato che oggi il 19,1% dei posti di lavoro è limitato ai membri della LGC o del Partito, il 15,6% degli uffici pubblici accetta una candidatura solo in base al sesso, l’11,5% impone restrizioni su fattori quali lo status sociale o il tipo di hukou (particolare sistema di registrazione che distingue le famiglie in “rurali” e “non rurali”), mentre soltanto lo 0,4% esige dagli aspiranti impiegati particolari caratteristiche fisiche.

E poi ci sono i più esigenti, come una fabbrica della città di Dongguan (provincia del Guandong), la quale nel suo annuncio per il reclutamento del personale ha specificato che il candidato deve possedere un’età compresa tra i 20 e 30 anni, deve avere una vista al di sopra degli 8 decimi, godere di buona salute, essere esente da malattie infettive, avere una certa altezza e, dulcis in fundo, deve possedere una background culturale adatto al proprio sesso (scuola secondaria tecnica o scuola secondaria a tempo pieno per le donne; collegge di quattro/cinque annni più specializzazione in scienze e ingegneria per gli uomini).

A poco o nulla è servita, dunque, la legge varata nel 2007 sulla promozione dell’impiego, in base alla quale un datore di lavoro può essere sottoposto a denuncia qualora in fase di colloquio effettui discriminazioni per sesso, razza, religione o handicap fisici. Secondo Lu Jun, direttore di una Ong per la promozione dei diritti, il fenomeno della discriminazione ha subito un’impennata durante il 2011 in seguito ad una direttiva -emessa dalle agenzie governative e approvata dai ministeri della Salute Pubblica, delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale- la quale stabilisci i requisiti fisici che i candidati devono soddisfare.

Ma, a questo punto, ci si potrebbe chiedere: “Che importanza può avere se uno zoppica o non ha un volto perfetto, quando fa richiesta per lavorare in una stazione di polizia o in un pubblico ufficio?” A ragion di logica, una risposta sensata stenta ad arrivare.

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