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Prima data veneta, sabato 11 dicembre, del “ Decandancing tour”  

VENEZIA – Al Teatro Malibran, piccola perla della lirica, è pienone, nonostante il prezzo del biglietto non sia affatto popolare.
Ma chi ama Fossati, non risparmia. E’ un pubblico, quello di Fossati, attento, colto, corretto, ordinato. Si potrebbe  addirittura tracciare un profilo del consumatore tipo della sua musica. Tra i quarantacinque e i cinquantacinque anni. Impegnato in attività culturali e sociali, per mestiere o per passione. Politicamente schierato a sinistra. In una parola che forse non va più di moda, radical chic.

Cinque minuto dopo le nove, nel buio,  la voce di Fossati recita “Davanti a noi stava comparendo Venezia e dopo tanti anni si era a casa. Avevamo le barbe grigie eppure anche in quel momento il cuore tornava in Persia e ai deserti della Mongolia o anche a quelle terre di Kublai Khan ribattezzate Katai ma che a Venezia definiscono Oriente. Il cuore tornava lungo quella strada che da oggi e per tanti secoli sarebbe stata chiamata la via della seta”.
Parole ispirate al ritorno di Marco Polo nella sua città, che sembrano scritte apposta per questa sera e che, invece, aprono ogni data di questa tournée.

Sulle note di “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, brani del 1984, sale il sipario.
L’acustica non è delle migliori, forse un teatro nato per l’opera mal sopporta l’amplificazione.
Al centro del palco, sotto una luce blu, Fossati e il suo gruppo o, meglio, i suoi gruppi. Perché in scena ci sono le sue due anime. Una spiccatamente rock,  con  il figlio Claudio alla batteria, e una più classica, violoncello, fisarmonica e la struggente chitarra di Galardini.
Sullo sfondo del palco, la copertina dell’album, un mare turchese tra muri bianchi di sale.

Si prende una pausa, Fossati. “Forse qualcuno di voi ha sentito dire, molto probabilmente da me, che alla fine di questa tournée, io mi ritirerò. Ecco, volevo solo dirvi…” “Che non è vero” gridano dalla balconata. Adesso ride, ma riprende “E’ vero. Ma vi ringrazio tutti” Sobrio, riservato, preciso. Quasi chirurgico. Senza ritorno.

Seguono “La decadenza” e altre tracce dall’ultimo lavoro, “Quello che manca al mondo”e  “Settembre”, stupenda ballata che celebra un addio, nel più classico stile Fossati.

Ma è con i pezzi più vecchi che cambia il battito, in particolare con quelli da solo al pianoforte . “Lindbergh”, “Carte da decifrare”, “La musica che gira intorno”, passando per “La crisi”, datata 1979 e purtroppo ancora attuale, fino a “Carte da decifrare”, “La musica che gira intorno”, “C’è tempo”, “Di tanto amore”, “E di nuovo cambio casa”, “I treni a vapore”, “Una notte in Italia”. Non ci da tregua, Fossati, ci strapazza senza pietà.
Una scaletta foltissima, quasi trenta brani con i bis, alcuni dei quali da antologia. Gli ultimi due pezzi, “La costruzione di un amore” e “Il bacio sulla bocca”, fanno uscire qualche fazzoletto in galleria, l’emozione si taglia a fette.

Ancora un brano, da solo col flauto traverso, e Fossati saluta, ringrazia, esce di scena e ci lascia qui, a domandarci perché un artista, autore, polistrumentista del suo livello decida di abbandonare la musica.
Perché Fossati più di ogni altro ha saputo dare voce al cuore e non solo. Ha dato voce agli amanti scoraggiati, agli italiani disillusi, ai naviganti perduti, ai viaggiatori viaggianti.
E noi non siamo ancora pronti per cantare “benvenuto anche il tuo nome fra le future nostalgie”.

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