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Nuova leadership nordcoreana, arriva il placet di Pechino

ROMA – “Un grande leader e un buon amico del popolo cinese, che ha contribuito notevolmente allo sviluppo del socialismo”: attraverso le parole del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Liu Weimin, Pechino ha dato la sua benedizione a Kim Jong-un, delfino del defunto “caro leader” nordcoreano e che, come confermato questa mattina dalla Reuters, governerà la Corea del Nord affiancato dallo zio e dall’esercito.

Dalla dittatura di un uomo forte ad un governo collettivo. I militari hanno giurato la loro fedeltà all’erede di Kim Jong-Il, mentre la Cina si è subito dichiarata pronta ad accogliere la sua visita in qualsiasi momento: “Pechino dà il benvenuto ai leader della Corea del Nord che vogliano visitare la Cina quando lo desiderino” ha riportato martedì una nota ufficiale del ministero degli Esteri, mentre la presenza degli alti papaveri cinesi alle esequie del “caro leader” è alquanto improbabile dato che – secondo quanto specificato dalle autorità di Pyongyang- nessuna delegazione straniera potrà prendervi parte, nemmeno il fedele alleato.

“Siamo convinti che Kim Jong-un si adopererà per costruire un forte Paese socialista e per mantenere la pace nella penisola coreana” ha poi aggiunto Liu Weimin, mentre il presidente Hu Jintao, sccompagnato dal futuro Grande Timoniere Xi Jinping, ha mostrato il proprio cordoglio per la perdita del “caro leader” recandosi presso l’ambasciata nordcoreana a Pechino. Hu ha manifestato la propria convinzione che la politica di consolidamento delle relazioni di partenariato tra i due Paesi continuerà a rafforzarsi sotto la guida del nuovo capo di Pyongyang con la stessa intensità dimostrata in passato.

La visita è stata rinnovata questa mattina dal Comitato permanente del Politburo, ghota del Partito comunista cinese, con in testa il primo ministro Wen Jiabao e il vicepremier Li Keqiang.

Nessun cambiamento di rotta, dunque: con il suo “placet” al delfino di Kim Jong-II, il Dragone conferma il proprio sostegno a Pyongyang. Un sostegno tanto più importante, alla luce della situazione disastrosa che il “caro leader” ha lasciato in eredità al proprio figlio. Un Paese sull’orlo della carestia, che dopo il taglio degli aiuti economici di Seoul e Washington ha riposto le sue uniche speranze nella Cina. Nell’ultimo anno e mezzo Kim Jong-Il si era recato a Pechino ben quattro volte, nonostante la sua riluttanza a varcare i confini del proprio “regno”.

Da parte sua Pechino, continua a rivestire il ruolo di mediatore nei rapporti tra la Corea del Nord e gli altri paesi coinvolti nei Colloqui a Sei, volti ad arrestare la corsa all’atomica di Pyongyang. E la morte del caro leader è giunta proprio alla vigilia del terzo round dei colloqui bilaterali sul programma nucleare nordcoreano.

Se negli anni ’90 l’attività nucleare della Corea del Nord preoccupava il Regno di Mezzo esclusivamente dal un punto vista della sicurezza nazionale, adesso la questione ha assunto più sfaccettature, andando ad abbracciare anche la sfera geopolitica ed economica. Pericolo numero uno per Pechino, il crollo del regime di Pyongyang, il quale comporterebbe l’afflusso alle frontiere di milioni di profughi nordocreani, con conseguente rischio dell’intervento statunitense, in nome dell’alleanza tra Washington e Seul.

Per quanto riguarda invece il versante economico, basti pensare che un centinaio di industrie minerarie, siderurgiche e portuali cinesi hanno già investito in Corea e che, dal 2005 a questa parte, i due “vicini naturali” sono impeganti in esplorazioni congiunte per verificare la presenza di pozzi petroliferi nel Mar Giallo. Appare piuttosto evidente che in questo contesto la stabilità politica e la denuclarizzazione della Corea del Nord diventa un requisito indispensabile per assicurare la pace e la sicurezza della regione, obiettivo che la Cina, in qualità di peace maker dell’area, sta cercando di raggiungere mettendo in atto tutta la sua abilità diplomatica.

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