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A Natale si stringe il giro di vite sui dissidenti cinesi

PECHINO – A pochi giorni dalla condanna a 9 anni di carcere per il dissidente cinese Chen Wei, il giro di vite messo in atto dal governo cinese ha fatto un’altra vittima: Chen Xi, nome noto nel panorama politico per aver partecipato al movimento democratico di piazza Tiananmen, e già finito dietro le sbarre nel 96′ e nel 2005, dovrà ora scontare 10 anni di prigione, come reso noto ieri da una Ong cinese per i diritti umani.

Galeotti furono ben 36 saggi critici verso il Partito, comparsi su alcuni siti Internet stranieri. Alla fine del processo, che è durato solo poche ore, l’attivista avrebbe affermato: “Sono rispettoso delle leggi quindi accetto il verdetto della Corte. Non ricorrerò in appello ma mi dichiaro innocente”. Chen era stato arrestato a febbraio durante la “campagna di pulizia” attuata dal  governo cinese in seguito alla manifestazione pacifica dei “gelsomini”, evento che ha messo in moto il tritacarne di Pechino.

Le ultime condanne effettuate dalla Corte cinese ai danni dei dissidenti hanno suscitato l’indignazione di diverse organizzazioni per i diritti umani. Nicholas Bequin di Human Rights Watch ha accusato aspramente le autorità di aver approfittato del periodo natalizio per far passare inosservato il nuovo giro di vite: “Il trucco funziona molto bene perché intorno a Natale le attività diplomatiche sono tutte ferme”, ha dichiarato Bequin. “Prima che i diplomatici saranno tornati alle loro scrivanie, nel frattempo le cose saranno andate avanti”.

Il 17 dicembre Gao Zhisheng, avvocato per i diritti umani scomparso nel nulla per 20 mesi, è stato condannato a 3 anni di carcere con una sospensione di 5 anni. Le autorità hanno affermato che si trova in prigione, ma ai suoi familiari non è stato concesso di vederlo né di avere notizie sulle sue condizioni di salute. L’uomo avrebbe violato i termini della libertà vigilata alla quale era stato sottoposto cinque anni fa, in seguito all’accusa di sovversione ai danni dello Stato.

Poi la settimana scorsa è stata la volta di Chen Wei. Stesso capo d’accusa, ma pena più severa: nove anni di reclusione per lui che, come Chen Xi, oltre ad essere un veterano del movimento democratico dell’ 89, lo scorso febbraio ha diffuso su Internet un appello in cui incitava il popolo cinese a partecipare al raduno dei “gelsomini” made in China. Ma i suoi trascorsi non finiscono qui. Chen è infatti uno dei firmatari della Charta 08, il documento ideato dal premio Nobel Lu Xiaobo, nel quale veniva richiesta una riforma in senso democratico dello Stato e l’abolizione del regime a partito unico.

A sei settimane dalla rivolta dei “gelsomini”, ammontava già a 47 il totale degli attivisti messi a tace dal governo cinese. Lo scorso marzo il sito web China Geeks, aveva segnalato la scomparsa di 24 dissidenti, mentre altri 18 erano già stati messi in manette. Oggi la lista nera si è allungata: i paladini dei diritti umani finiti dietro le sbarre o ai domiciliari sono saliti a 50.

“Uccidere i polli per terrorizzare le scimmie” è la strategia utilizzata dal Partito per dissuadere le “teste calde” che minano la stabilità del Paese con le loro idee rivoluzionarie. E a Natale, si sa, si sacrificano “i polli più grassi”: proprio il 25 dicembre di due anni la scure del governo cinese si è abbattuta su Liu Xiaobo.

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